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“Anna Édes” di Dezső Kosztolányi (Edizioni Anfora)

 

Questo è un tentativo di recensire Anna Édes che è, a tutti gli effetti, un classico. Un tentativo perché, quando ci si confronta con un classico, si ha la costante percezione di non aver detto tutto, di non essere riusciti ad abbracciare l’intero cosmo che il testo racchiude in sé. Forse è già nella natura precaria e provvisoria di questa recensione che si può comprendere la portata di questo romanzo, dalla forma perfetta tratteggiata da una mano esperta e da una mente raffinatissima, apparentemente innocuo, ma dal contenuto metamorfico, sempre pronto a rinnovarsi e a sfuggire di fronte ad ogni tentativo di bloccarlo in un’unica idea, fissa, imperitura. Forse è questa la qualità che rende i romanzi, rara e preziosissima, dei classici: quella capacità di lasciar parlare di sé nonostante il secolo trascorso, quella loro natura camaleontica e in continuo rinnovamento che lascia al lettore la libertà di attualizzarlo senza mai incorrere nell’incongruenza, nell’anacronismo – perché riesce nell’eccezionale raggiungimento di un’universalità condivisa che spezza le catene temporali – e contemporaneamente capace di lasciare in eredità la memoria di un tempo, di una nazione, di una storia.

Anna Édes. Un affresco meraviglioso, dai colori vividi, dal tocco elegante e raffinato che, ogni volta che ti trovi a rimirarlo, svela nuove chiavi di lettura, che sbocciano e fioriscono, ti stimolano e ti tormentano, spingendoti a fermarti, fare dietrofront e tornare sui passi, alla ricerca di un qualche dettaglio sfuggito, una minuzia per cui il lettore si trova a vestire i panni di un detective pronto ad accedere in quell’oscuro ma affascinante mondo quale è la psiche del genere umano.

 


Il contesto storico

Quando il padre di Kosztolányi Dezső ebbe in mano Anna Édes pose al figlio una domanda ben specifica, ossia come mai avesse aperto il romanzo con una preghiera legata alla liturgia funebre cattolica. Lo scrittore rispose che dietro la poesia vi era l’ispirazione e la filosofia dell’intera storia. Che la poesia liturgica fosse la prima cosa che scrisse del romanzo, lo affermò anche in un’intervista nell’agosto del 1926, un mese dopo la sua uscita. Che un canto religioso funebre possa essere la chiave di lettura di  Anna Édes è piuttosto significativo, ma è giusto procedere con ordine.

I fatti narrati sono quelli a seguito della fuga di Béla Kun (nell’agosto del 1919), ossia a seguito della caduta del governo comunista, secondo – cronologicamente parlando – in Europa dopo la Russia stessa. Nel marzo del 1920, le forza anticomuniste ristabilirono un monarchia costituzionale, nominando Miklós Horty come reggente in attesa del nuovo re e purgando il paese dagli intellettuali di sinistra e dai comunisti stessi.

 


Il concetto di humanitas

In quel momento di transizione, di forte instabilità politica, tra la fuga di Béla Kun e la reggenza di Miklós Horty, si colloca la storia di Anna Édes, in cui si respira un’aria di speranza e di potenziale rinascita. Nella casa dei coniugi Vizy, Kornél e Angéla, alto borghesi la cui condizione di agiatezza era stata più volte messa in pericolo dal regime comunista, finalmente si apre la possibilità di tornare al fasto precedente. Basta già questo per respirare quell’atmosfera di perbenismo e di ipocrisia classista, un arrovellarsi morboso sulla propria condizione, l’unica ad essere contemplata, guardando il resto del mondo e l’umanità stessa come semplici intrusi della propria dimensione privata.

Ma anche tra i due coniugi non c’è un senso di reciprocità, ma una fredda convivenza tra due persone che per contratto – il matrimonio ormai svuotato di qualsiasi senso di humanitas – si trovano a condividere spazi e parole. Humanitas, ecco forse un primo filo da percorrere nell’arazzo che Kosztolányi ha intessuto, una chiave di lettura di quella filosofia, pagana rielaborata in chiave cattolica, che forse si cela dietro il romanzo.

Nella dimensione a due compartimenti stagni dei coniugi, l’atmosfera è dominata dalla ricerca nevrotica da parte della signora Vizy di una giovane cameriera. Nell’antro oscuro di una casa che non ammette intrusioni dall’esterno:

Di nuovo un altro respiro estraneo impregnava l’aria che respiravano anche loro, un cuore estraneo batteva, un’estranea viveva sotto il loro stesso tetto […]

 La complessità interiore viene resa palpabile al lettore che sente sulla propria pelle quel garbuglio gonfio di emotività, non comprendendola a fondo, percependola come una striscia di fanghiglia lasciata sulla pelle.  È lì, la senti addosso, ed è nauseante.

 


L’ottica freudiana (in negativo) e l’agency

Bisogna sottolineare che durante il suo periodo di formazione in Europa Kosztolányi conobbe a Vienna Freud, quindi non è da escludersi che avesse avuto modo di informarsi su una scienza all’avanguardia come era la psicanalisi in quegli anni, tant’è che più volte Anna Édes è stato indicato come un romanzo freudiano. In effetti, il libro può essere letto come un’attenta analisi della psiche umana, uno sguardo profondo sempre pronto a restituire personalità uniche e complesse. Si può anche notare come compaia, all’interno della narrazione, una figura tutta novecentesca (e risultato letterario delle teorie freudiane) come quella dell’inetto, rappresentata dal nipote dei coniugi Vizy: Jancsi. Una categoria ben specifica di personaggi volti all’autodistruzione di sé, giovani afflitti dal “mal di Europa”, incapaci di riuscire a inserirsi nel rigore di una società stravolta dalla guerra; che vivono in balia dei propri sentimenti e desideri istintuali, effimeri, non riuscendo a raggiungere alcun obiettivo, vivendo alla giornata, distruggendo rapporti e ricercando un riconoscimento sociale che non potranno mai raggiungere. Ma, continuando con la lettura, lo scrittore sembra allontanarsi dalla scienza, come a voler avvertire che non possa esistere alcuna legge o logica capace di scavare a fondo nell’animo umano che custodisce qualcosa di ignoto e oscuro, irrazionale e illogico, che sfugge a qualsiasi dettame scientifico. Se proprio una chiave freudiana c’è, è da ritenersi in negativo, come se Kosztolányi, scettico ad ogni tentativo di classificare la complessa psicologia che si cela dietro una persona, avesse recuperato gli strumenti psicanalitici per mostrarne la totale inadeguatezza di fronte all’abisso dell’animo umano.

Tutto questo suggerisce che in ogni essere umano vi è una zona oscura che non può essere spiegata. Così la casa dei Vizy si amplifica, rinfrangendosi verso l’interno: una casa che è un corpo il cui disordine interno è celato da un ordine apparente che nasconde lo sporco, l’odore nauseabondo. Si respira un’atmosfera di sospetto, di paranoia, di diffidenza, verso la realtà che circonda (o anzi assedia), quella oggettiva, rifiutata e sfuggita, compensata da una sicurezza infallibile rivolta invece all’intuizione soggettiva, che deforma a proprio piacimento il mondo, trova rimandi nascosti, segreti non espressi, come a voler scovarne le leggi segrete così da possederlo, avere il controllo (folle, paranoico, assurdo) di quello stesso mondo, che trasformato in altro, diventa più tollerabile:

Tutto significa qualcosa. Anche i segnali più insignificanti ci mandano messaggi dall’altro mondo, con piccoli segni ci annunciano grandi avvenimenti. Lei che spesso aveva visto l’anima della sua bambina nelle sedute spiritiche, e ne aveva sentita anche la voce – ma quante volte, e chiarissima! – non poteva avere dubbi.

 

Finché non giunge la voce di una cameriera a tutti gli effetti perfetta. Da qui l’ossessione morbosa di ottenere e possedere quella perfezione che possa mettere ordine in una vita che è stata sconvolta dalla guerra, dal comunismo, dalla perdita di una figlia; che possa finalmente riempire un vuoto interiore con l’idea, ammaliante quanto ingannevole, di poter finalmente accedere a una nuova realtà: più pulita, più ordinata, più umana.

Sentì un moto interno come in tutti i momenti importanti della sua vita, una voce incoraggiante, protettiva che era risuonata tante volte in lei, una sorta di comando che la esortava a non perdere tempo facendo ipotesi, ma invece ad assumerla, a trattenerla, e venne colta dal desiderio di averla con sé subito, di possederla […]

Una casa dalle pareti bianche in cui si deposita la polvere, si accumulano oggetti, come se la vita si fosse arrestata a un momento imprecisato del passato, e fosse rimasta in attesa di un qualcosa, forse di un segnale da un’altra dimensione che possa finalmente dare uno scopo. Una casa che, nuovamente, sembra sempre più moltiplicarsi ora verso l’esterno fino a farsi specchio di un’intera nazione, svuotata di ideali, svuotata di sentimenti, aggrappata alla fede e ai fantasmi, a una mistica personale, con lasciti che diventano oggetti desueti, icone di una qualche memoria, di un qualche memento mori, ormai svuotate di umanità e dei veri sentimenti

In quel momento, nella luce mattutina, l’appartamento simile alla bottega di un robivecchi, ricordava tutte le miserie della città assediata.

Non una tenda. Non un dipinto. Sulle pareti spoglie il crocifisso che non aveva permesso di rimuovere neppure sotto le insistenze di suo marito e sopra la credenza la fotografia che ritraeva Piroska, la sua unica figlia morta a sei anni, stesa sul catafalco tra ceri e fiori.

 

Ed ecco Anna la dolce (Édes è un cognome parlante, in ungherese appunto significa “dolce”) che perfetta lo è davvero, almeno in quel mondo deformato e sconvolto. Perfetta perché totalmente asservita, svuotata di ogni possibilità di agency (ecco l’attualizzazione, il ricorrere ai concetti della sociologia cognitiva), soggiogata al volere di altri, mercificata, ma soprattutto trasformata a sua volta in oggetto, inanime («Nel suo abito bianco e con i capelli biondi sembrava illuminare la stanza come una lunga candela che emana una luce soffusa») e trattata come tale. Senza compassione, nel suo senso etimologico, cristiano, di compassio: “comunanza di dolore”.

Non ci può essere comunanza, non ci può essere reciprocità, non ci può essere umanità:

Gli mancava quell’empatia che considera la vita degli altri tanto fatalmente necessaria quanto la propria.

 


 

Hegel e Freud a confronto

Sfruttata, adescata, ingannata, oggetto da sfruttare e oggetto di desiderio, Anna la dolce sembra essere de-umanizzata, uno strumento da sfruttare senza che possa ottenere alcuna forma di empatia, di attenzione, quel gesto che possa testimoniare la sua esistenza e il suo essere viva:

A volte un desiderio ironico e solleticante si prendeva gioco di loro: di buttarle le braccia al collo, ringraziarla, del bene ricevuto, e persino andare dal fotografo insieme, seppure di nascosto e notte, per farsi ritrarre in tre come una famiglia; ma dal realizzare questo pensiero birichino e particolarmente bizzarro, che poteva balenare nel loro cervello soltanto per burla, per un millesimo di secondo e sparire prima di poter essere ponderato nel merito e debitamente deriso, li tratteneva la loro razionalità borghese e la consapevolezza che in fondo si trattava di una serva.

Un romanzo che si fa critica attenta, precisa, che smaschera l’ingordigia, l’egoismo, la meschinità, ma soprattutto la crudeltà che si cela dietro l’umano, il mostro che prende per ironica e bizzarra la vita di altri come se, per questione sociale o economica o semplicemente esistenziale, valesse meno della propria.

Ecco allora la possibilità di urlare una verità in un capitolo meraviglioso, ambientato in un classico salotto borghese, in cui Anna appare sempre più come un fenomeno da baraccone da osservare con malizia, deliberatamente evitando di guardare le sbarre che la circondano, senza alcuna compassione, senza alcune pietà (anche la pietas è concetto cristiano). L’outsider morente del gruppo, un vicino di casa all’ultimo stadio del diabete, può parlare e morenti come lui sono le affermazioni che impone a un pubblico che non vuole ascoltare, un Mosè moribondo che prova ad alza in alto il suo unico comandamento, ma destinato a perire insieme a lui:

Il genere umano è un concetto vuoto

Il capitolo perno, non a caso in posizione centrale, che alza il velo della storia per mostrarne la filosofia recondita, sottolinea due concetti fondamentali: misericordia e uguaglianza. Qui il discorso religioso si unisce al politico, ed ecco cosa l’umano provoca: la disuguaglianza è l’unica realtà concepibile e attuabile, che gli uomini meritevoli di misericordia sono alcuni, non tutti:

Non esiste uguaglianza tra gli uomini. Esiste solo la disuguaglianza fra gli uomini, dottore. Per la miseria – aizzò se stesso come consuetudine dei polemisti appassionati, ci sono sempre stati padroni e ci sono sempre stati servi. È sempre stato così e sempre sarà. Punto. Non possiamo cambiare noi quest’ordine delle cose. Che rimangano pure loro servi.  

Servi e padroni, nessun altro equilibrio può essere concesso e ammesso, se non quello in cui si presuppone chi comanda e chi obbedisce. E in questo rapporto un’eco hegeliana non può non essere ravvisabile:

Se l’affermazione di sé passa per l’imposizione di sé stesso all’altro, chi è più forte vince la lotta e si afferma come signore di chi invece ha paura e, pur di aver salva la vita, accetta di servire. Ma il signore, che vive del lavoro del servo, finisce col dipendere da lui, mentre il servo, nel lavoro, nella disciplina, nei prodotti della sua fatica, trova sé stesso e si rende indipendente: il servo non ha più paura.

Hegel prospettava una sovversione dei ruoli: il servo capisce che è lui, grazie alla sua attività, che ha il potere di cambiare il mondo (l’agency appunto), mettendoci mano in prima persona. Il padrone invece delega il suo rapporto con il mondo, lo media tramite il lavoro del Servo, finendo per dipendere ad esso.

La questione diventa ancora più interessante nel momento in cui si mettono a confronto le teorie hegeliane con quelle freudiane, ravvisando una coincidenza in quel rapporto servo-padrone hegeliano e rapporto figlio-genitore (edipico) freudiano: è la base di quei rapporti di dipendenza intersoggettiva che, come spiega Freud, passano da un pensiero affermativo di sé come individuo a un pensiero persecutorio e paranoide di dipendenza a un altro sé. Tale dipendenza servo-padrone può essere chiave di lettura quanto mai feconda, perché nello stesso romanzo una dipendenza, appunto, con conseguente rovesciamento dei ruoli si viene a delineare:

Come la maggior parte delle cameriere, anche lei prese a imitare la sua padrona. Si lisciava i capelli come la signora Vizy e quando i conoscenti telefonavano, spesso non sapevano distinguere se sentivano la sua voce o quella della sua padrona.

Lo scrittore sembra dare espressione e trasformare in letteratura la potenza straordinaria e spaventosa dei rapporti umani nel momento in cui sono inscritti all’interno di una determinata ideologia, forzati sotto i colpi di dettami sociali che svelano la vera natura umana. Giungerà il momento in cui, nel rovesciamento, la tragedia di quel concetto vuoto di genere umano, di quei rapporti regolati secondo falsi miti e false pretese imposte, si abbatterà.

Kosztolányi Dezső non ha nulla da invidiare ai padri del romanzo russo, per questo non vi è alcuna esitazione nel definire il suo Anna Édes un classico. Il lume tutelare della meravigliosa e fortunata produzione letteraria ungherese che lo seguirà (basti pensare al grande successo presso il pubblico italiano di Sándor Márai, “erede” della sua poetica) fortunatamente è riproposto qui in Italia grazie al lavoro di grande qualità di Anfora, che ringrazio per avermi dato l’occasione di leggere un romanzo straordinario, che ancora mi fa riflettere, mi tormenta.


 

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