“Black Village” di Lutz Bassmann (66thand2nd): Recensione

 

Il grande problema del pensiero moderno è stato, e tuttora resta, il relativismo. La crisi del pensiero risolto in una soluzione unica e determinante resta forse il peggiore dei problemi del pensiero umano moderno. Questa non vuole essere sede di interessanti disquisizioni di carattere filosofico ma, non essendoci le basi né effettivamente le capacità, il discorso rimarrà esclusivamente nell’ambito letterario, perché il problema ontologico è anche un problema letterario. La nostra eredità è il romanzo destrutturato come destrutturata è la nostra visione del mondo che sembra ormai sfuggire ad ogni tentativo di controllo da parte della logica.

 


Lutz Bassmann: eteronimi e post-esotismo

Lutz Bassmann è uno degli esponenti dell’inclassificabile corrente del post-esotismo. Già con questa dicitura rimanda all’aver oltrepassato temporalmente (post-) qualcosa di preesistente (l’esotismo appunto). Se l’esotismo aveva come soggetto le forme più bizzarre e suggestive dei paesi lontani; con l’inserimento di quel post- ciò che si aggiunge è la deflagrazione, in letteratura, del romanzo che ridotto a brandelli può raccontare storie, istantanee non di luoghi, ma di veri e propri mondi lontani e inaccessibili se non attraverso la scrittura e l’immaginazione. Come lo stesso Volodine ha affermato alla presentazione del libro, il post-esotismo non è solo una corrente letteraria, ma un oggetto, una costruzione polifonica che consterà di quarantanove libri (numero magico, tantrico).

 


 

Black village: un allucinato e frammentato Decarmeron boccaccesco

Black village è il quinto romanzo dell’esponente del post-esotismo, eteronimo di Antoine Volodine, Lutz Bassmann: il primo pubblicato qui in Italia grazie alla casa editrice 66thand2nd. Non si parla di pseudonimi, in quanto Lutz Bassmann come Elli Kronauer e Manuela Draeger, sono autori veri e propri che in Francia pubblicano per case editrici diverse. La loro diversità non risiede tanto nello stile, non nel modo tutto personale di costruire il fraseggio, ma in una diversa visione del mondo e del modo di concepire la letteratura che sotto le loro penne cambia.

Black village è nella struttura, forse così i lettori italiani riescono a figurarselo meglio, un allucinato e frammentato Decameron boccaccesco. Non dieci, ma tre sono i personaggi che invece di scampare alla peste si ritrovano in un bardo, un luogo liminale, un confine post-mortem in cui – come viene spiegato nel Libro tibetano dei morti – l’anima cosciente continua vivere dopo la morte. I primi due capitoli e gli ultimi due capitoli (dal titolo buio) fanno da cornice presentandoci i tre cantori che si racconteranno vicendevolmente delle storie per riuscire a costruire dei punti di riferimento temporali, visto che spazialmente ne sono impossibilitati (il bardo è un luogo dominato dalle tenebre e oltre il tempo). Il corpo è costituito dalle storie, tentativi appunto di delimitare e gestire il tempo, sforzi di scandire il suo scorrere e quantificarlo con un’unità di misura non scientifica, ma letteraria.

 

È Myriam che ha proposto di piantare dei paletti temporali nella materia sfuggente e cupa di cui era costruito il tempo intorno a noi. Avremmo potuto, così sosteneva, raccontare ad alta voce delle storie, e servircene in seguito come punti di riferimento.

 

I racconti-storie, ognuno raccontato da un protagonista diverso, hanno però come elementi costanti i riferimenti alla vita passata delle tre anime del bardo (una vita passata nei servizi segreti o come spie o come sicari). Pochi elementi, ma costanti, sembrano dal passato tornare a vivere nella forma frammentata del racconto come la presenza di inquietanti uomini-uccello o un’ambientazione (per quanto tale definizione sia errata e costantemente rifiutata da Volodine) post-apocalittica e post-capitalista, paesaggi distrutti, luoghi disabitati, organizzazioni politiche post-comuniste, gruppi umani e non in continuo conflitto fra loro, l’assenza di forme religiose monoteiste soppiantate dal ritorno a fedi ancestrali, animiste, sciamaniche o buddhiste.

 

Lo stile: dai narrat (zaconti) agli interruptat (interronti)

 

A differenza dei vari eteronimi, Bassmann è lo scrittore dell’azione, le digressioni filosofiche e intimiste di Volodine lasciano spazio a scene che sembrano muoversi sulla falsariga del cinema ad alta tensione. La forma prediletta da Volodine sono i così detti narrat (termine lasciato nella forma originale nelle traduzioni de L’Orma editore, mentre tradotti come zaconti da Anna D’Elia per la 66thand2nd), ossia «un’istantanea che fissa (come su una lastra) una situazione di conflittuale contiguità tra realtà e memoria, tra immaginario e ricordo» (infatti zaconto, zac onomatopea che rimanda all’immediato, all’istantaneo). Bassamann è uno sperimentatore a livello stilistico, lo zaconto si trasforma in un interronto o interruptat, cioè racconti interrotti. Nel vivo della narrazione di ogni singola storia raccontata, il testo si fermerà irrimediabilmente a metà, perché il tempo nel bardo segue un proprio ritmo e proprie leggi, non si muove linearmente, ma si slabbra e torna su stesso:

 

[…] Secondo quanto ci aveva esposto molto prima, il tempo intorno a noi scorreva a blocchi incoerenti, senza gradazioni di durata, con piccoli o grandi rigurgiti di cui non potevamo avere coscienza. Stando alla sua teoria, eravamo entrati non solo in un mondo di morte, ma in un tempo che funzionava a intermittenza e, soprattutto, non si concludeva. Dato che non capivamo bene ciò che intendeva dire, lei insisteva sull’assenza di continuità, sulle brutali censure, sull’incompiutezza di qualsiasi momento, lungo o breve che fosse.

 

Conclusioni:

 

Ascoltando ciò che Lutz Bassmann vuole suggerirci in Black Village , sembra che dopo la decostruzione del romanzo, anche il raccontare può essere espresso a singhiozzi, frammenti iniziati, ma non terminati, come se la linea temporale – una volta sfilacciata – possa restituire solo stralci, deflagrazioni su carta che rispecchiano la deflagrazione comunicativa e sociale che stiamo vivendo, il sentore inquietante di essere sotto attacco e minacciati da un futuro, il post-, che trasformerà il mondo in un bardo senza luci e senza memoria, orientati solo da piccole fiammelle e da racconti interrotti. Un grande Black Village: 

Black Village è una borgata che si sviluppa con tutta probabilità un po’ oltre la strada principale, ma che agli occhi di Fishmann somigliava soprattutto a una sfilza di case abbandonate, battute da una pioggia sempre più violenta, con al centro una stazione di sevizio in rovina, priva di illuminazione, e, in fondo alla sfilza, un motel che era l’unico posto dove sembrava possibile rifugiarsi fino all’alba. 

Resistere significa riportare su carta il ricordo, sussurrato, che sarà sempre vinto dall’impossibilità di raccontarlo nella sua interezza e nella sua oggettività.

 


Autore: Lutz Bassmann

Titolo: Black Village

Editore: 66thand2nd

Traduzione (a cura di): Ida Merello e Albino Crovetto

Pagine: 212 pagine


Black Village: dove acquistarlo.

Vi ho parlato di Angeli minori  su IG.

(Sono affiliata ad Amazon: cosa vuol dire? Il costo del libro rimarrà lo stesso, ma percepirò una piccola percentuale sul numero dei click).

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