“Casa di foglie” di Mark Z. Danielewski (66th and 2nd)

Mi verrebbe da fare come Johnny Truant: prendere in mano Casa di foglie e iniziare a commentare le sue parole, che commentano quelle di Zampanò, che a loro volta descrivono il documentario dal titolo La versione di Navidson. Se potessimo segnare la distanza effettiva tra questi punti di vista, il nostro sarebbe un commento di terzo grado (o di quarto se consideriamo le note del redattore), quello di Johnny di secondo, quello di Zampanò di primo, fino al punto di vista di Navidson che non prende parola, esiste solo per voce di terzi, il grado zero. In questo gioco di distanze, di prospettive oblique – che generano un gioco di rifrazioni tra punti di vista che sequenzialmente sono uno il commento dell’altro, tra inabissamenti e verticalità – il tempo viene annullato, la diacronia del racconto sostenuta a fatica, perché quest’ultimo costantemente rimandato, sospeso e poi ripreso. L’esperienza di lettura diventa cognizione della complessità e lascia spazio alla sincronia del commento che riattualizza ma non fa rivivere: immagini, idee, episodi e pensieri – che sbocciano per libera associazione o citazione e popolano Casa di foglie – si affollano senza una disposizione gerarchica; accadono nello spazio della mente, nella sincronia del presente psichico, fino a che i famosi gradi citati si annullano, unità e pluralità convivono, generando il paradosso su carta.

Ma per chi non abbia idea di cosa sia Casa di foglie è giusto partire per gradi.

 


Origine di Casa di foglie, il caso italiano e la letteratura ergodica

In Italia il caso Casa di foglie è noto a tutti i lettori forti, a eccezione dei più scaltri al tempo o dei più fortunati frequentatori dei mercatini dell’usato, il libro è diventato appunto un caso per la difficoltà di recupero della tanto agognata edizione Mondadori. Andato subito fuori catalogo, il libro di Danielewski era diventato introvabile, finendo per generare un alone di leggenda intorno al testo dal contenuto “maledetto” (online i prezzi erano esorbitanti, nelle biblioteche il prestito era stato negato perché le copie ripetutamente rubate).

A distanza di dieci anni si può tirare un sospiro di sollievo, soprattutto possono farlo coloro che non hanno ceduto all’acquisto online che sarebbe risultato una grande truffa: 66th and 2nd ha deciso di ripubblicare il 7 novembre 2019 Casa di foglie e, a differenza dell’edizione Mondadori, con un’edizione e traduzione fedele all’originale (a quanto pare Mondadori aveva tagliato delle parti e non aveva dedicato la giusta attenzione ai numerosi rimandi intratestuali che privano il testo di gran parte della sua sostanza). C’è però da considerare un aspetto quanto mai importante che forse l’edizione Mondadori aveva dalla sua parte: il romanzo era uscito nel momento giusto per essere recepito ed era al tempo il capostipite di un genere narrativo che non aveva eguali: quello della letteratura ergodica.

Riporto qui la definizione del genere data da Espen J. Aarseth in Cybertext – Perspectives on ergodic literature: «Nella letteratura ergodica sforzi non superficiali sono richiesti per permettere al lettore di “attraversare” il testo. […] Per avere senso deve esserci anche della letteratura non-ergodica, nella quale lo sforzo richiesto per la lettura del testo è superficiale, senza responsabilità extra-noematiche a carico del lettore, fatta eccezione (per esempio) per il movimento dell’occhio e l’occasionale o arbitrario voltare delle pagine». In effetti ciò che distingue Casa di foglie, ed ha sempre attratto un gruppo nutrito di lettori, è l’architettura grafica atipica, in cui le parole stampate sono impaginate secondo degli schemi non consueti e che richiedono uno sforzo di lettura diverso.

Casa di foglie paratesto 2

Questo è già un aspetto fondamentale, perché nel momento in cui il lettore si trova a dover affrontare la lettura, seguendo un ordine diverso da quello abituale, genere in lui una presa di coscienza dell’atto di lettura stesso. Lo costringe a sospendere – questo è un libro che costantemente sospende e ritarda la narrazione – e modificare la traiettoria dell’occhio che per secoli era stato ormai abituato a muoversi da sinistra verso destra, generando appunto una presa di coscienza: il lettore si rende conto di leggere (so che può sembrare una tautologia, ma rendere degli automatismi non più automatici, genere un senso di straniamento). Non che Danielewski sia il primo a usare questi giochi grafici, ma forse è tra i primi a sfruttarli come espediente strettamente narrativo. L’architettura grafica del testo è a servizio della narrazione, tutto quello che avviene sulla carta è diretta conseguenza del racconto: come a voler dire che la letteratura modifichi la realtà, lo spazio circostante, in questo caso la pagina del libro.

Se il testo si stringe in una colonna è perché il personaggio sta attraversando un corridoio stretto; se il font dei caratteri cambia è perché sta prendendo parola un personaggio (e un punto di vista) diverso; se il testo si moltiplica in una pluralità di paragrafi in cui ognuno è indipendente dall’altro è perché sta riproducendo il labirinto in cui i personaggi si sono persi. Come nel caso degli ideogrammi giapponesi il segno grafico, pur rimanendo sempre a servizio della narrazione, produce in questo ambito una perfetta commessura fra suono e immagine come veicoli di significato.

Ma ancora mi devo fermare e muovermi per gradi. A quanto pare, per parlare di questo libro, mi ritrovo a dover sottostare a quel suo ritmo costantemente interrotto.

Casa di foglie era stato inizialmente pubblicato, negli anni ’90, a puntate sul sito di Mark Z. Danielewski. Si dice che lo scrittore avesse stampato autonomamente delle copie per amici e parenti e che, alcune, venissero vendute negli studi di tatuaggi di Los Angeles. Ovviamente la prima versione ha subìto delle modifiche importanti fino all’ edizione definitiva, pubblicata il 7 marzo del 2000. È interessante che la prima versione abbia avuto origine nell’ipertesto quale internet è, ma anche di questo aspetto parlerò a breve.

 


Casa di foglie: trama e voci

Il libro si apre con una prefazione scritta da Johnny Truant, una sorta di avvertimento ai lettori meno avvertiti:

«Se siete fortunati vi stancherete di questo libro, avrete la reazione in Zampanò aveva sperato, lo definirete inutilmente complicato, ostinatamente ottuso, prolisso – parola vostra –, assurdamente concepito, e ne sarete convinti, lo metterete da parte – anche se sento dire “da parte” e mi vengono i brividi, perché che cosa riusciamo mai a mettere da parte in realtà? – e andrete avanti, mangerete, berrete, sarete felici e soprattutto dormirete sonni sereni»

E gli avvertimenti non si fermano qui, in esergo incisa come su pietra compare la minacciosa quanto iconica intimidazione: «questo non è per te». Ammetto che io vi abbia sempre letto un intento estremamente ironico, tutti i romanzi sono dedicati a qualcuno e tante volte ci lasciamo prendere da simpatiche e umanissime forme di egocentrismo convincendoci che certi romanzi siano stati scritti per noi. Danielewski ci tiene a sottolineare che per il suo libro così non è e, leggendolo in questa prospettiva, denuncia già quanto ogni elemento che compone pacificamente un romanzo classico, anche il più superficiale e meno funzionale come la dedica, venga problematizzato.

Johnny Truant è un tatuatore, con corpo ricoperto di cicatrici, che per una serie di fatti fortuiti si trova ad occupare un appartamento il cui precedente proprietario è venuto a mancare: Zampanò. Vecchio, cieco, un Borges o un Omero americano, che lascia in eredità una quantità imprecisata ma consistente di carte sparse. Da qui inizia il lavoro editoriale di assemblamento del testo da parte di Johnny, quello che ha fra le mani risulta essere uno studio, saggistico-accademico, su un documentario dal titolo La versione di Navidson. Navidson, un fantomatico fotoreporter insignito del premio Pulitzer, aveva girato uno pseudo-reportage sulla casa che aveva comprato e occupato insieme alla moglie Karen e i suoi due figli, Daisy e Chad. Il pretesto sono gli strani accadimenti che avvengono all’interno della casa, Ash Tree Lane. Improvvisamente lo spazio domestico muta e compare, da un giorno all’altro, lungo il perimetro interno, una porta che prima non c’era e che dà su un corridoio buio senza finestre. Le anomalie o incongruenze spaziale della casa fanno sì che la sua struttura ricordi sempre di più le distorsioni geometriche paradossali alla Escher l’eclettismo delle architetture di Piranesi. Così ha inizio il viaggio di Navidson (dell’Ulisse americano) di scoperta e di esplorazione dell’inquietante corridoio.

Il testo, per come è costruito, è composto da un corpo centrale in cui a prendere parola è Zampanò che racconta il documentario (e qui già il primo paradosso: lui è cieco e descrive un prodotto audio-visivo). Il racconto di Zampanò, e quindi il contenuto del documentario raccontato, è l’intreccio su cui si sorregge tutto il libro. Ma Zampanò non si limita semplicemente a raccontare, inserisce commenti, collegamenti, interpretazioni e intuizione a partire da quello che Navidson mostra. Le sue parole appaiono lungo le pagine sempre più come una parodia del linguaggio accademico: se il racconto consiste fondamentalmente in quello che accade ne’ La versione di Navidson, questo viene ripetutamente interrotto e posticipato dalle continue digressioni dell’anziano. Digressioni che possono toccare problematiche di carattere filosofico, come anche la mitologia, le scienze applicate (la fisica, la chimica), la storia dell’architettura e molto altro. In poche parole, quella di Zampanò è una critica che si fonda sia creando collegamenti con altre opere attraverso la citazione sia generando una convergenza di tecniche e teorie di campi diversi del sapere, un approccio rizomatico alla Deleuze e Guattari che decodifica il testo in molteplici possibilità di senso tutte ugualmente produttive, ma non definitive. Questa critica è grimaldello usato abilmente per interpretare “l’opera”, ossia il documentario. L’alone parodistico è suggerito costantemente, anche solo dal fatto che il testo è corredato da una fitta sequela di note bibliografiche che rimandano ad opere che semplicemente non esistono (e che commentano anche episodi microscopi all’interno del documentario, eziologiche, così portate all’estremo, da risultare fondamentalmente inutili e appunto parodistiche).

A tutto questo corollario, si aggiungono le note di Johnny Truant (si distinguono per il font diverso) in cui commenta ciò che Zampanò scrive ma, come lo stesso Zampanò, non si limita solo a questo. Attraverso la libera associazione racconta parallelamente episodi della sua vita (sia passata che presente) che appaiono in qualche modo collegati. La voce di Johnny è quella più personale ed intima, lo stile di conseguenza è ben distante da quello del vecchio cieco: collegando ai fatti raccontati (e che non hanno nulla a che fare con lui) la propria esistenza personale, rispecchiandosi, lo stile non così spontaneo come vorrebbe far credere è estremamente espressionistico, non monocorde, anzi virtuosistico ed estremamente evocativo, a tratti capace anche di vertiginosi squarci lirici, a mio gusto personale anche molto belli (e qui forse un altro paradosso, per la vita che Johnny fa e racconta, ci si stupisce delle sua capacità di scrittura che svelano una mente estremamente acuta, ma soprattutto colta).

Ma non finisce qua, a complicare già il gioco di incastri e di continue fughe dalla trama, si aggiungono delle Appendici, contenenti testi e illustrazioni che non hanno travato spazio nel corpo centrale, riguardanti sia Zampanò che Johnny Truant, elementi ancillari che supportano l’intricato “fogliame” delle sottotrame.

Dunque, Casa di foglie è un’opera curata e commentata da Johnny Truant, scritta da Zampanò che fa una lettura critica al documentario La versione di Navidson di Will Navidson.

Questo aspetto, delle sotto tracce, è forse quello maggiormente goliardico: Danielewski si diverte a inserire dei veri e propri rompicapi che nuovamente generano un effetto di straniamento durante la lettura, più si va vanti più questa apparirà allucinata. Il testo è attraversato da una sequela codici segreti che vengono sapientemente suggeriti e di fronte ai quali il lettore non è per forza costretto a decodificare, ma lo fa perché invogliato semplicemente dalla brama di capire e scoprire (siamo anche noi degli Ulisse?).

In realtà anche questo aspetto del libro meta-narrativamente viene commentato (o meglio ogni aspetto della narrazione viene meta-letterariamente commentato), infatti nel capitolo IV:

«Implicita nella natura del rompicapo è la promessa che il resto del mondo si possa risolvere altrettanto facilmente».

Ma come diceva Emerson: «Tutto è un enigma e la chiave di un enigma è un altro enigma».

Da quello che ho scritto forse c’è chi ha già notato come l’architettura anomala, estremamente eclettica e complicata della casa, rispecchi in realtà la stessa architettura anomala, eclettica e complicata su cui si poggia la narrazione ed è proprio questo il punto che voglio trattare con la mia recensione.

Casa di foglie 1 paratesto


 

Un libro transtestuale e la mise en abyme:

Se siete giunti fino a qua alla ricerca delle soluzioni e della risoluzione (o semplicemente della segnalazione) dei rompicapi o codici nascosti che Danielewski ha nascosto in maniera più o meno celata nella narrazione, allora lasciatemi dire che questa recensione “non è per voi”. Fondamentalmente perché ritengo che tutto l’aspetto dei codici nascosti sia interessante per ciò che rappresentano, non tanto per la loro decriptazione.

Ora, riprendendo il discorso, senza voler incorrere in spoiler mi soffermerò solo sul primo capitolo e sulla struttura di Casa di foglie.

Ogni capitolo – per quanto diversi, soprattutto il IX (quello del labirinto) – presenta elementi formali ripetuti, con l’evidente intenzione di Danielewski di educare il lettore alla lettura, ad un atto che deve essere stratificato e soprattutto sempre pronto ad aggiungere la propria prospettiva interpretativa al caleidoscopio delle presenti.

Il lettore nel momento in cui si approccia a Zampanò e a Truant (conoscendoli attraverso il modo in cui scrivono) si trova di fronte a una visuale strabica per quanto sequenziale: quella accademico-razionale di Zampanò e quella emotiva-personale di J. Truant. Entrambi sono in realtà rappresentazione, emanazioni del processo stesso di lettura. In poche parole, viene messo su carta quello che il lettore fa normalmente: trova collegamenti esterni nell’ambito di tutto lo scibile (in base al bagaglio culturale) come collegamenti interni legati alla propria sensibilità ed emotività (in base al vissuto personale), sempre se ci si approcci alla lettura con una postura agonistica e non di semplice intrattenimento. Ecco come il processo di lettura trova nuovamente rappresentazione e produce un effetto di straniamento, quello di due identità diverse, che però sono entrambe specchio del lettore stesso.

Soffermandoci solo sul primo capitolo, si apre con una citazione della canzone dei Beatles A day in the life «I saw a film today, oh boy»: è la traccia conclusiva dell’iconico disco Sgt. Pepper’s lonely hearts club band. Qui i Beatles si riferiscono a un film Come ho vinto la guerra di Richard Lester (in cui Lennon recitava una parte) per esprimere un messaggio pacifista. La citazione è il verso di una canzone, che cita un film, che ha come personaggio uno dei componenti della band, che vuole inviare un messaggio, che attraversa e oltrepassa la canzone e il film in sé, come lo stesso Lennon (scusate questo abuso dei gradi di subordinazione di questo periodo, ma così si comprende meglio l’incipit della mia recensione e i gradi di commento al testo cui mi riferivo). È questo Casa di foglie, una citazione, di una citazione, di una citazione per inviare che tipo di messaggio? Se sì, quale?

Il capitolo di apertura è fondamentale e, per non voler incorrere in spoiler, mi soffermerò solo su questo. In questo capitolo Zampanò introduce il documentario e sintetizza a grandi linee cosa troveremo durante la visione. La sua prosa segue sempre un movimento: dall’universale astratto al particolare concreto. A partire da una semplice introduzione al documentario, Zampanò ci pone già di fronte a un primo (e in questo caso onnicomprensivo) enigma: quello dell’autenticità e della finzione.

L’enigma, o dubbio, è il seguente: le riprese di Navidson alle anomalie della casa sono autentiche o frutto di un particolare montaggio o di effetti speciali? La casa ha veramente un qualcosa di paranormale o è frutto di un sofisticata resa scenica?

Allo stesso modo Johnny Truant raccogliendo gli scritti di Zampanò informa il lettore di non aver trovato da nessuna parte La versione di Navidson, il documentario sembra in realtà non esistere: che sia il frutto dell’immaginazione del vecchio? Un tentativo di creare un alone di leggenda facendo sì che il suo libro diventasse un cult?

E qui, vi dirò di più, ci aggiungiamo noi lettori: di fronte a Johnny Truant e al suo “manoscritto ritrovato“, è inevitabile chiedersi se questo non sia che un classico e abusatissimo escamotage e ormai banale topos letterario (tra l’altro il primo romanzo gotico, ossia Il castello di Otranto di Walpole, genere letterario in cui Casa di foglie si inscrive, sfrutta lo stesso espediente).

Come si può notare ogni grado di commento si rispecchia nell’altro creando un vertiginoso effetto di mise en abyme. È un gorgo nel quale si viene risucchiati, in cui sequenzialmente gli eventi vengono reduplicati. Per questo la poliedricità architettonica della casa (il fondo del gorgo) si rispecchia nella polifonia del processo interpretativo dei vari gradi di commento (i vortici del gorgo). La storia raccontata riassume o racchiude la storia che la incornicia.

Proprio a tal riguardo è impossibile non citare Palinstesti. La letteratura al secondo grado (e sempre di gradi che si parla) di Genette. Senza entrare nello eccessivamente nello specifico, il critico teorizza la transtestualità, ossia la possibilità di trascendenza del testo (mettendosi in maniera più o meno celata in collegamento con altri).

Casa di foglie non è un libro che presenta forme di transtestualità, è la transtestualità fatta opera, in poche parole un labirinto metanarrativo. Infatti, questa possibilità di trascendenza può avere varie forme:

  • Intertestualità: ossia la presenza di un testo in un altro attraverso citazioni o allusione. Neanche a dirlo, Casa di foglie è un testo che è composto quasi solo di citazioni, soprattutto letterarie.
  • Metatestualità: ossia il rapporto critico o riflessivo che un testo ha con un altro. Zampanò è commento critico de La versione di Navidson come le note di Johnny Truant sono commento al testo di Zampanò.
  • Architestualità: rapporto tra testi che appartengono a uno stesso genere per caratteri comuni ripetuti. Casa di foglie può avere diverse definizioni: quello di Zampanò è un saggio critico, le noti di Johnny Truant in cui parla della sua vita possono essere considerati anche dei racconti autonomi che passano dal genere pulp, all’horror, al drammatico (qui i collegamenti possono essere infiniti. L’intero libro viene di solito fatto rientrare nel genere horror, anche se estremamente riduttivo.
  • Paratestualità: ossia il rapporto tra il testo e i suoi elementi periferici (il paratesto come ad esempio il titolo, il sottotitolo, la prefazione etc.). Casa di foglie di Johnny Truant ha un paratesto a parte rispetto a quello di Casa di foglie della 66thand2nd. Inoltre, nel testo ci sono continui rimandi alle Appendici e riferimenti a questi testi.
  • Ipertestualità: è ciò che unisce un testo anteriore (ipotesto) a uno posteriore (come ad esempio l’Ulisse dell’Odissea con l’Ulisse di Joyce) qui è evidente con la figura del minotauro, che riprende La casa di Asterione di Borges che a sua volta riprende il mito del minotauro.

Ammetto di aver abusato di Genette, depredato i suoi concetti e forse anche forzati, ma questo semplicemente per dimostrare come l’architettura labirintica e rizomatica, quale Casa di foglie è, richiede un certo sforzo nel lettore a cercare di trovare la via di uscita e la soluzione dell’enigma. In realtà l’intertestualità come mezzo narrativo è alla base di molti romanzi, non che Danielewski sia il primo, per citarne proprio alcuni (con cui il libro a poco a  che spartire se non nella struttura), basti pensare al racconto di Borges Pierre Menard, autore del Chishotte, Infinite Jest di Wallace, ma ancor di più Fuoco pallido di Nabokov, in cui il romanzo prende forma da un commento a piè di pagina di una lunga poesia, sfidando le affermazioni alla verità che spesso fanno i commenti accademici (Zampanò). In Fuoco pallido, le domande sulle interpretazioni dell’annotatore superano ciò che i lettori presumono inizialmente sia il vero significato della poesia, in modo che i lettori rimangano a chiedersi quali tipi di interpretazione costituiscano un significato legittimo (appunto, ritorna, il binomio autenticità e finzione).

Subito è chiaro che ogni principio che si origina dalla casa viene reduplicato da Navidson che registra e poi per gradi da Zampanò che deduce e da Johnny Truant che poi riverbera, generando la mise en abyme (come nel caso dell’eco che da spiegazione scientifica diventa espediente narrativo). Il famoso capitolo IX, e qui solo chi ha letto il libro potrà cogliere il rimando, con i suoi fittissimi elenchi di opere, ebbene questi elenchi non sono altro che eco di libri che dall’esterno entrano all’interno della narrazione, l’ipotesto che sostiene l’ipertesto danielewskiano, il labirinto di citazioni che innerva la storia. Come a voler suggerire che la scrittura non sia altro che ripetizioni di cose già sentite, citazioni di altro che è stato già scritto, come fantasmi che infestano la casa. E questo gioco perverso viene ripetuto all’infinito, sorretto solo da un esile storia: quella del viaggio di Navidson nel labirinto della casa.

 


Il labirinto rizomatico della casa

«Tutte le parti della casa si ripetono, qualunque luogo di essa è un altro luogo. Non ci sono una cisterna, un cortile, una fontana, una stalla; sono infinite le stalle, le fontane, i cortili, le cisterne. La casa è grande come il mondo.»

[J. L. Borges, La casa di Asterione]

Non posso però esimermi dal soffermarmi, anche se in maniera sommaria, sulla questione del labirinto. Casa di foglie può essere riassunto, per questo sua natura transtestuale, come una continua citazione di topoi letterari che hanno ormai esaurito la loro vitalità nell’innovazione culturale (e Danielewski ne è pienamente consapevole): a partire dal manoscritto ritrovato, come anche della casa come metafora della psiche e, a tutto questo, si aggiunge per l’appunto il labirinto. Senza perderci in un exursus sul topos del labirinto, quello che è importante far notare è che nel ‘900 – non solo in letteratura, ma anche nella sua realizzazione architettonica come nella sua rappresentazione artistica – il labirinto da monucursale (ossia con un solo corridoio, come il corridoio da cinque minuti e mezzo iniziale) è diventato policursale, assumendo le fattezze del rizoma di Deleuze e Guattari.

Devo soffermarmi sulla questione del rizoma: i due filosofi hanno tratto il concetto da un elemento della botanica – e questo è l’unico senso che sono riuscita a dare al complemento di specificazione del titolo, appunto di foglie (che altrimenti non riesco a capire). Il rizoma sono quegli steli che crescono orizzontalmente sopra o appena sotto la superficie, le cui punte si allungano e si diramano in tutte le direzioni possibili, potenzialmente infinite. Si distingue dalle radici perché reca foglie. Appunto, questa immagine e natura del rizoma viene recuperato dai due filosofi per distinguere la filosofia tradizionale-platonica, che ha una concezione arborescente, che procede gerarchicamente e linearmente, seguendo rigide categorie binarie, ovvero dualistiche, con una concezione rizomatica, che è capace di stabilire connessioni produttive in qualsiasi direzioni e potenzialmente infinite, ma mai definitive.

Per la struttura che il libro ha, come la casa è un labirinto-rizoma di infiniti corridoi, stanze e cunicoli, così il testo stesso è potenzialmente un rizoma infinito. Le citazioni e riferimenti bibliografici, l’eco dei fantasmi che infestano la casa (un rizoma di voci), contribuiscono a collegare il mondo della finzione con quello della realtà rendendo i confini ambigui e producendo nel libro una forma di iper-realtà. A tutto questo si aggiunge che il testo stesso, come l’elemento grafico, finisce per assumere una disposizione labirintica in cui è molto facile perdersi: il lettore sballottato tra i continui rimandi in nota, non sempre facilissimi da ritracciare, finisce per rendersi conto che anche lui è finito nel labirinto della casa insieme ai personaggi, con il pericolo di non uscirne più.

Quel che è chiaro è che in Casa di foglie il contenuto coincide con la sua stessa forma, una forma polimorfa che si reduplica sequenzialmente attraverso una polifonia interna (quella dei narratori intradiegetici) ed esterna (le citazioni intertestuali), il tutto tenuto insieme dallo schema fisso e ripetitivo della mise en abyme.

Come in Borges, anche qui avviene l’assimilazione del labirinto all’infinito: il labirinto è un luogo determinato e circoscritto (e perciò finito), il cui percorso interno è potenzialmente infinito. Dunque, il libro stesso è labirinto, oggetto finito, che potenzialmente ha una capacità di significazione infinita.

 


 

Il ruolo del lettore e il paradosso

Di fronte a questo intricato e complessa struttura il lettore partecipa fondamentalmente anche come co-autore (il commento di terzo grado che dicevo all’inizio) e questo fa sì che il coinvolgimento superi l’atto stesso della lettura. La duplice natura di testo narrativo e meta-narrativo (quindi di testo e di riflessione al testo) neutralizzerebbe le possibilità del lettore di poter intervenire personalmente durante la lettura: da un lato rende la sua presenza superflua, dall’altro lo sprona ad avere un approccio ancora più critico (per chi vive la letteratura come svago e come intrattenimento, il libro di Danielewski risulterà una lettura noiosa, oziosa e anche senza senso). L’approccio più critico è attuabile in quanto la struttura sfilacciata del libro permette di rintracciare tanti sentieri sotterranei di senso parallelamente percorribili: come il rapporto eros thanatos, l’immagine del vascello, i rimandi allaletteratura classica come alla teoria dell’architettura  (e molti, molti, troppi altri). Sono tutte e tante vie di accesso che nuovamente propongono una struttura labirintica. Alla fine appare come la rappresentazione su carta della barthesiana “morte dell’autore” necessaria per far nascere il lettore, la teoria (qui esposta in maniera sintetica e non esauriente) per cui il testo trova compimento e senso al momento della sua ricezione: «l’unità del testo non sta nella sua orgine ma nella sua destinazione» (in Brusio della lingua, Roland Barthes).

L’unità di Casa di foglie è garantita e dipende solo dalla volontà del lettore. Quest’ultimo, avendo appunto la capacità di proiettare un significato personale, finisce però per entrare letteralmente nella pagina e diventare personaggio. Il paradosso più grande, che Casa di foglie genera, è proprio questo: la gerarchia personaggio-autore-lettore viene cancellata. Il limite tra realtà e immaginazione (autenticità e finzione ripeto) viene rimosso: persone reali si trasformano in personaggi inventati (come Kevin Carter) e perdono fondamentalmente la loro identità originale, altri invece diventano parodia di loro stessi (come gli artisti intervistati da Karen), alcuni personaggi invece vengono presentati come persone reali (Navidson, Zampanò e Johnny Truant). In particolar modo, nella parte finale del romanzo, si genera un vero e proprio paradosso in cui un personaggio è contemporaneamente sia intra- che extra-diegetico, abbattendo ogni grado di separazione della narrazione.

 

 


 

Lo scrittore-critico

Da tutto quello che ho scritto Casa di foglie apparirebbe come un libro che giustamente si è arrogato il diritto di essere definito cult. Assolutamente. Tutta questa decostruzione della struttura del romanzo classico mostrerebbe un’impalcatura architettonica estremamente complessa e geniale, sì, ma in parte.

Spiego questo mio giudizio smorzato. Se in un primo momento il gioco intessuto dallo scrittore è esaltate e interessante, alla lunga ci si rende conto che in questo suo esercizio virtuosistico la casa è un corpo cavo, come se in un primo momento ci si trovasse di fronte a una trionfante opera d’arte barocca e, solo in un secondo momento, si realizzasse che ciò che si ha di fronte è un virtuosismo rococò ormai esausto ed esautorato. Perché fondamentalmente Danielewski, in questa sua poliedrica e polifonica opera, ha deciso di indossare i panni dello scrittore-critico: in questa sua natura bifronte celata dietro i personaggi (o natura duplice come quella di un minotauro assente) alla fine tutto risulta essere mimetico e parafrastico di un qualcosa che non c’è. Mi spiego meglio: essenzialmente la critica contiste nell’esegesi illuminante proiettata sopra un’opera, con un uso estetico della lingua. Una delle figure maggiormente usate dalla critica è l’ecfrasi: ossia la descrizione di un’opera d’arte fatta con uno stile così virtuosisticamente elaborato in modo da gareggiare in forza espressiva con l’opera stessa descritta. L’altro mezzo è appunto la citazione: è l’unico argomento obiettivo (autentico) che serve come prova della sua onestà, la testimonianza che il critico non voglia sovrastare, offuscare o sostituire l’autore di un’opera, ma solo restituirgli la parola e il tono. La critica infatti è arte della citazione. Come se di fronte alla crisi del romanzo (forse avete notato che riferendomi a Casa di foglie non abbia mai usato il termine romanzo, ma sempre libro) ormai decostruito, i cui pezzi venivano sparpagliati dai post-modernisti tra testo e note, insomma un corpo smembrato ma ancora vivo, in Danielewski trovi il suo trapasso definitivo.

Cioran (sì anche questa recensione è una citazione continua, ma almeno l’oggetto della recensione esiste) disse: «In un’opera di psichiatria mi interessano solo i discorsi dei malati; in un libro di critica, solo le citazioni»: come se la critica fosse un danno alla vita e alla bellezza dell’opera. In effetti è così, perché appunto se la critica è esegesi dell’opera, Danielewski, rendendo il suo libro pura scrittura critica, ne svela la precarietà. Rendere Casa di foglie un libro di pura scrittura esegetica, che si basa  sulla finzione  fatta passare per realtà (di nuovo autenticità e finzione) – Navidson, Zampanò e Johnny, personaggi inventati fatti passare per reali – è come costruire una struttura complessa e complicata facendola poggiare sul nulla. Casa di foglie è esegesi del nulla. L’abuso di citazioni sia effettive sia nascoste, sia reali sia inventate, il ricorrere a topoi letterari ormai esausti è ovvio che rappresentino una denuncia da parte di Danielewski per la morte della creazione letteraria che oerde lo status di creazione per ridursi ad essere solo ripetizioni di parole (eco) e concetti già detti  imprigionati in un corpo cavo (la casa-libro) in cui ci si può solo perdere senza ottenere nulla in cambio, perché il mostro (il minotauro), il senso dunque del labirinto, non c’è e, appunto, rimane il nulla nero e assoluto. Danielewski non cerca di offrire un’alternativa che possa dare nuova vitalità al romanzo, qui l’atto di scrittura si riduce ad essere parodia del nulla, dell’inconsistente e infine anche la lettura ne risente. Come ho già detto è il trionfo del barocco (quello deleuziano e gaddiano che è presupposto di prolifica creatività) così insistito da diventare un rococò sterile e spettacolarmente inutile.

Sempre nel primo capitolo, Zampanò – commentando due cortometraggi che poi saranno integrati nel formato finale de La versione di Navidson – afferma che al loro interno racchiudono già un ampio potenziale di analisi (come questo primo capitolo):

«[…] la compressione dello spazio, il potere dell’immaginazione di decomprimere quello spazio, la casa come metafora dell’incommensurabilità e dell’inconoscibile»

È questo probabilmente Casa di foglie, ossia lo specchio di cosa sia la letteratura e la lettura: compressione dello spazio (la letteratura nel formato libro), il potere di immaginazione di decomprimere quello spazio (l’atto di lettura e ed esegesi, qui polifonico e ripetuto all’infinito) e la casa come metafora dell’incommensurabilità e dell’inconoscibile. Il romanzo, la letteratura stessa, secondo Danielewski è ormai una parodia di uno spaventoso labirinto infestato da fantasmi (gli altri testi, le citazioni ormai orfane), il cui eco finisce per depositarsi sulla pagina senza però che gli venga più riconosciuta l’esistenza (come quando cita una poesia di Borges, attribuendola a Updike che era invece il traduttore, ma tanto a chi importa? Cosa cambia?) .

Però, ecco il motivo del mio giudizio smorzato, manca totalmente l’aspetto fondamentale che ricerco durante la lettura, ossia un’idea di mondo, anche infinetisimale, per cui la scrittura è a servizio, non sostanza. O forse l’idea di mondo è proprio il nulla e allora sarebbe deludente.

Fondamentalmente non credo che il nulla sia il destino del romanzo (come del mondo). E infatti a distanza di vent’anni dalla sua pubblicazione, ne stiamo avendo la prova, il romanzo si rinnova sempre.

Però mi aveva avvertito perché, lo ripeto, Danielewski è molto più consapevole di quello che vorrebbe far credere:

«lo definirete inutilmente complicato, ostinatamente ottuso, prolisso – parola vostra –, assurdamente concepito, e ne sarete convinti».

Chapeau.


 

In ogni caso Casa di foglie è stata senza ombra di tutto una lettura unica nel suo genere ed estremamente interessante, un modo per riflettere sulla lettura e sulla natura del romanzo, con un sguardo inedito, inusuale, ma estremamente interessante. Nonostante le perplessità finali, rimane comunque l’idea di aver letto un vero e proprio cult.

Postilla doveroso, i due traduttori, Sara Reggiani e Leonardo Tauiti, e la 66th and 2nd hanno fatto un lavoro magistrale, mostrando come nelle medio-piccola realtà editoriali indipendenti ci sia sempre al primo posto qualità e un grande rispetto nei confronti dell’opera d’arte, quale il libro è.

 

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