Divagazioni e garbuglio di Carlo Emilio Gadda (Adelphi)

Divagazioni e garbuglio è un’edizione preziosissima curata da chi con Gadda ha ormai instaurato un sodalizio decennale. Il trittico Paola Italia, Giorgio Pinotti e Claudio Vela continua nell’incessante lavoro – a scadenza annuale – di cura, tutela e restituzione dell’intera opera gaddiana, edita e inedita, che non può non riempire di entusiasmo tutti gli appassionati.


In questo titolo specifico troviamo una grande opera di raccolta e di selezione di quegli Scritti dispersi che finalmente trovano un loro punto di attracco: alcune delle carte dello scrittoio, destinate ai quotidiani, che dopo essere state consumate sarebbero cadute nell’oblio. Ecco che per i più curiosi si presenta la possibilità di poter ritornare ad assaporare la ribollente prosa il cui lessico è mescidato di linguaggi tecnici e colti-aulici e carichi di virulenta ironia enfatizzante per dar parola a passioni vissute sulla spinta di un risentimento etico. Perché in questo deflagrante contatto, tra la lingua e la morale, c’è tutto il peculiare e personalissimo approccio al mondo. C’è però un aspetto che è giusto sottolineare. Per chi non ha mai letto Gadda è sconsigliato partire da questo testo che risulterà utilissimo, interessante e a volte illuminante solo a chi ha già avuto modo di leggere gli altri titoli gaddiani (in particolar modo i suoi due capolavori Quer pasticciaccio brutto di via Merulana e La cognizione del dolore). È sconsigliato perché bisogna considerare che questi sono testi nati per essere pubblicati su rivista. Essendo scritti d’occasione, la prosa di Gadda, pur mantenendo la sua personalità, deve comunque piegarsi a un certo costume e alla richiesta di chiarezza; a ciò si aggiungono che molte di queste recensioni nascono per necessità, economica soprattutto, e spesso lo smalto ne risente.

Che poi già dal titolo, recuperato dall’articolo conclusivo, si può capire come gli autori abbiano voluto far rivivere il Gadda saggista. La scelta non è un caso: il titolo è un binomio contrastivo, Divagazioni e garbuglio, che unisce un elemento euforico – la divagazione che è movimento libero ed estroso – a un elemento disforico – il garbuglio, il gomitolo, il pensiero che si annoda su sé stesso rimanendovi impigliato – come era accaduto in quella prima raccolta di suoi saggi I viaggi la morte uscito nel 1958. A ciò bisogna aggiungere, nel lavore di recupero e selezione, un’ulteriore difficoltà: Gadda, affetto da tante forme di nevrosi, era anche un accumulatore compulsivo. Dagli scontrini del caffè a foglietti sparsi, nulla andava buttato, ma diligentemente registrato, tant’è che lui stesso si definirà non tanto accumulatore quanto «un archiviòmane» (in una lettera a Contini). Dai centoventidue scritti – che compongono gli Scritti dispersi e che coprono un arco temporale amplissimo che va dal ’23 al ‘70– raccolti da Dante Isella nelle opere garzantine, vengono qui riuniti nell’edizione Adelphi gli scritti per lo più pubblicati sulle riviste fra il 1927 e il 1957, divisi per macrocategorie, in ordine: letteratura, lingua e dialetti, arte, spettacolo, tecnica e società.


Se uno sguardo alla sua biblioteca può risolvere il quesito su cosa legga uno scrittore, poter accedere a questi scritti significa avere la possibilità di capire come legga. A ciò si aggiunge il fatto che fra le righe si intesse il rovescio del broccato, il retro del suo arazzo letterario, perché la verità è che come scrive Roscioni: «anche quando indossa i panni dell’osservatore e del giudice, Gadda non può fare a meno di parlare di sé». Infatti definire questi scritti recensioni è forse imporre un’etichetta che potrebbe calzare stretta. È evidente come la scrittura d’occasione assuma i connotati di pretesto, non vi è alcun approfondimento intratestuale, Gadda non tratta quasi mai la trama, ma ciò che vi è dietro la struttura del romanzo, la scelta linguistica nella poesia, la rappresentazione di uno spettacolo teatrale o le linee di un dipinto. L’articolo è un pretesto per andare oltre ed inserire la sua personalissima visione del mondo che soggiace alla sua scrittura.

Molti di questi articoli, come è stato già detto, possono essere letti trasversalmente come materiali dello scrittoio in cui l’inarrestabile officina gaddiana sviluppa e indaga riflettendovi la propria poetica ed ermeneutica. Infatti non mancano gli articoli, o meglio panegirici, dedicati a uno dei suoi numi tutelari, Manzoni, con il pretesto di difenderlo dalla critica mossa da Moravia al tempo. Così come un’affettuosa recensione ad Aldo Palazzeschi diventa banco di prova in cui sfogare il livore anti-fascista che troverà poi effettiva realizzazione da lì a poco nel pamphlet satirico Eros e Priapo:

La bufera, prima che bufera di morte, è stata bufera di demenza. Il cataclisma è scaturito dal vaso di Pandora che un miserabile mentecatto ha scoperchiato, egregiamente coadiuvato alla bisogna da una folla di altri mentecatti degni di lui […]

Come non mancano pagine in cui gustarsi l’ironia gaddiana ora più deflagrante e corrosiva ora più sottile e acuta, spesso risultato di recensioni imposte, come nel caso della traduzione di Quasimodo alle poesie catulliane. Il testo si risolve in una lunga dissertazione sul poeta latino, sottolineando come possa essere impossibile tradurlo se aggrappati a un’idea accademica della poesia, per poi lasciare al premio Nobel uno stralcio di poche righe con una stilettata sul finale assolutamente irriverente: «siamo grati al poeta del poetico esperimento». Qui le note dei curatori sono estremamente interessanti non solo per sapere la data e il contesto in cui nascono questi scritti, ma anche le opinioni personalissime e private dello scrittore che, in questo caso, ci svela come la nostra ipotesi di lettura ironica e maliziosa sia giustificata: «Di Salvatore ho ricevuto, nel 1946, la traduzione di Catullo: uno spasso!»

E ancora, più interessante, rimane senz’altro la recensione del 23 febbraio 1939 a Il mulino del Po di Riccardo Bacchelli in cui Gadda, oltre a lodarne la riuscita, preferisce soffermarsi a indagare non tanto la trama o i personaggi, ma la forma del romanzo storico. Qui ritorna l’istanza teorica del “gomitolo di concause”, già presente nella Meditazione milanese del 1928:

E la lezione gnoseologica che noi potremmo cavare dal suo romanzo è, insomma, la lezione stessa della storia: non la causa, ma ‘le’ cause, non l’effetto ma ‘gli’ effetti costituiscono la infinita consecuzione del mondo. Di questo smarrimento davanti la complessità, la vastità delle serie, di questa caleidoscopica sua e nostra apprensione degli eventi, dei loro segni, dei loro nomi, dobbiamo rimeritare, se mai, non obiurgare, lo scrittore insigne: e cercarne il bandolo in una qualità prima del temperamento.

Qui l’ipotiposi del gomitolo assume le forma di una matassa, ma ciò che interessa è che quell’idea non lo abbandonerà mai, anzi evolverà, si complicherà, fino alla prima stesura di quel capolavoro che è Quer pasticciaccio brutto di via Merulana nelle cui primissime pagine scrive:

Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero. Che alla romana vuol dire gomitolo.

Come ho già detto Divagazioni e garbuglio è un modo per conoscere come Gadda legga, ma è anche un modo per insegnare al lettore come si legga. L’Ingegnere qui ci svela come la lettura non sia mai un atto disinteressanto, quasi a voler ribadire la massima proustiana per cui il libro medesimo sia una lente di ingrandimento con cui il lettore può scrutare meglio dentro di sé o per voler usare un’immagine gaddiana tratta dal meraviglioso passo degli Ossibuchivori: si continua a leggere, indagare, studiare i libri (come l’arte e il teatro) che sono come occhi col fine, forse, di «rimirare se stessi nello specchio delle pupille altrui».


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