“Due o tre cose che so di sicuro” di Dorothy Allison

Vi racconto una storia. Racconto storie per dimostrare che ero destinata a sopravvivere, pur sapendo che non è vero. Le mie storie sono parabole, non contengono nessun personaggio indimenticabile da Reader’s Digest, nessuna polemica femminista, nessuna denuncia in stile Queer Nation. Non sono qui per far contento nessuno. Sono qui per rivendicare la mia vita, la morte di mia madre, le nostre sconfitte e i nostri trionfi, per dar loro un nome, per me. Sono qui per rivendicare tutto ciò che so, ci sono solo due o tre cose che so di sicuro.

 

È ovvio che la memoria sia un racconto più che una cronaca fedele dei fatti realmente avvenuti. Così l’essere umano per trasmettere la propria memoria è costretto a farlo sotto forma di storie, trasformandole in narrazioni, prendendo in prestito gli strumenti della retorica. È ciò che Dorothy Allison continua a dire: «Vi racconto una storia», lo ripete in continuazione, intrecciando tante storie, tanti racconti, tanti frammenti di una vita che non potrà mai essere ridotta a una singola storia, una soltanto. Una vita che può essere compresa, recuperata, salvata solo nel momento in cui riesce ad essere razionalizzata e trasformata in racconto.

Si dice che la letteratura non cambi il mondo ed è vero, ma per il semplice fatto che la letteratura sconvolge qualcosa di diverso: la letteratura – scriverla o leggerla – non può cambiare il mondo, ma può cambiare la vita.

Dorothy Allison è nata a Greenville, Caroline del sud, nel 1949. È considerata tra i grandi esponenti della letteratura sudista, raggiunge la sua fama con la pubblicazione de La bastarda della Caroline, finalista al National Book Award, romanzo pluripremiato risalente al 1992, giunto in Italia solo nel 2018 grazie a minimum fax. Un romanzo dagli evidenti echi autobiografici che ritroviamo tutti raccolti in Due o tre cose che so di sicuro.

Già dal titolo è evidente il senso riposto: quelli raccontati sono quegli eventi che hanno portato a una certezza, “due o tre cose”, non di più; perché se si cresce in una famiglia, in un luogo, in un tempo e in un corpo abusato come quelli in cui è cresciuta Dorothy Allison, il sentimento imperante potrà essere inevitabilmente quello di totale e costante, di indotta e disprezzata, incertezza.

Ma questo memoir non è il racconto solo della vita della scrittrice, ma di tutte le donne della sua famiglia. Questo brevissimo ma preziosissimo libro è una denuncia gridata senza paura, senza esitazione a una vita non voluta, ma accaduta. La precaria condizione femminile è tanto centrale quanto resa in maniera strettamente personale, eppure capace di custodire al suo interno un insegnamento, un monito, un memento. Da un brevissimo, fulmineo, frammento di vita la scrittrice deduce quella certezza, assoluta, inderogabile, ma soprattutto incontestabile che chiude ogni capitolo:

Ci sono due o tre cose che so di sicuro, e una di queste è che preferirei camminare nuda piuttosto che indossare il mantello che il mondo ha creato per me

 

Saper mostrare con poche immagini un intero universo, un’intera vita – quella della madre, della zia, delle sorelle – senza perdersi in eccessive spiegazioni, deriva dalla capacità di lasciare al non detto ogni descrizione approfondita, ma soprattutto lasciare al lettore le proprie valutazioni.

Ogni storia porta con sé un vuoto nel quale ci si può muovere liberamente, si percepisce senza conoscere, si intuisce senza poter dedurre: perché questa vita, tradotta in novantadue pagine che bruciano fra le mani, si fa così scarna da lasciare intatto solo il vero e l’essenziale. Per gli amanti della Ernaux, che quindi sono già abituati a una scrittura scarnificata ed essenziale, avverto che la scrittura della Allison è ben diversa: che la scrittrice nasca come poetessa si sente, dalla cura nella scelta delle parole, dall’abbandono a una scrittura fulminea, icastica, che coglie l’essenza rifiutando ogni eccesso.

Una lingua carica che sembra essere quella pronunciata dalle Erinni che perseguitarono Alcmeone; dalla Giuditta che tagliò la testa ad Oloferne; una lingua che, trasformatasi in storia, diventa arma affilata e unguento personale.

C’è una dignità nella sofferenza, un orgoglio nella disperazione tale che ogni frase riesce a lacerare e, allo stesso tempo, spronare: qui troverete la storia di tante donne che hanno vissuto nel peggiore dei mondi possibili, che hanno vissuto nell’afflizione con un eroico sorriso, che non avevano alternative se non la fuga. Dorothy Allison è l’unica ad esser fuggita e forse è per questo che è l’unica a poter raccontare questa storia.

Si dice che in punto di morte ci passi davanti la nostra vita sottoforma di immagini e così che si muove il memoir: immagini (tutto il libro è costellato di foto), flash, istanti fermati nel tempo e liberati dal tempo; volti, sguardi, sorrisi dietro i quali si nascondono storie suggerite, non raccontate, utili per intuire, alla fine, nell’incertezza meravigliosa e terribile di cui è fatta la vita: «due o tre cose che so di sicuro».


Dove acquistarlo, Due o tre cose che so di sicuro

2 Risposte

  1. che bella recensione, questo volevo comprarlo al bookpride, ma alla fine ho preso un’altra cosa. tuttavia ho ancora da leggere La bastarda della Carolina, cominerò da lì.

    1. Grazie mille! “La bastarda della Carolina” lo devo ancora recuperare, ma a quanto ho capito è un romanzo con forti echi autobiografici, non vedo l’ora di leggerlo.

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