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“Grande Karma. Le vite di Carlo Coccioli” di Alessandro Raveggi

 

Sfuggo ciò che mi insegue, inseguo ciò che mi sfugge

 

In amore vince chi fugge e la fuga, o come dice Raveggi lo «sviamento», sembra essere l’eredità che Carlo Coccioli ci ha lasciato, l’atto in cui si condensa e si distende il campo di forza centripeta attrattiva e centrifuga respingente che ha alimentato la sua vita. Forse l’essenza della sua esistenza (fisica e letteraria) è possibile immaginarla proprio come il punto di tensione di una battaglia infinita fra opposti.

Carlo coccioliScrittore del Novecento finito nel dimenticatoio forse per essere uscito, una volta avviata la sua carriera, dall’Italia, ottenendo un grande successo in Francia prima e in Messico poi, trascorrerà la sua vita lasciandosi trasportare dal febbrile bisogno di interrogare l’ignoto alla ricerca di una spiegazione alla propria esistenza, solleticato dalle voci dei propri demoni ma rimanendo fermamente devoto a una qualche dio. L’animo inquieto, alla ricerca costante di una propria posizione e giustificazione nel mondo, si evolve in continue conversioni religiose che non riescono mai a esaurire la sua indagine metafisica. Partigiano, apolide, innamorato del mondo e bisognoso che quell’amore venisse corrisposto, cinofilo, omosessuale, scrittore multilingue, con una visione pansessuale del mondo, oscillante tra la purezza del sacro e i risvolti oscuri del profano, libero a tal punto che in quella ricerca di libertà vi ha trovato la propria personalissima forma di schiavitù, Coccioli ha unito la sua vita all’opera, creando un confine osmotico tra quello che scriveva e quello che faceva. Al tempo considerato tra i più grandi scrittori della sua epoca, con la convinzione generale che avrebbero lasciato un solco profondo nella storia della letteratura italiana, ad oggi inverosimilmente pochissimi se ne rammentano. Finalmente, nell’anno del suo centenario dalla nascita, Lindau sta ripubblicando gran parte della sua opera e Bompiani ci consegna il nuovo romanzo di Alessandro Raveggi Grande karma. Vite di Carlo Coccioli.

Lasciandosi risucchiare dal potere attrattivo, il malia coccioliano, Raveggi scrive non una biografia romanzata o una biofiction, ma un vero e proprio romanzo. Il tentativo riuscito di rendere su carta l’essenza di Carlo Coccioli, l’uomo e lo scrittore, anime duplici ma indissolubili, che nel suo esagitato e fremente bisogno di inseguire l’invisibile, di riempire il vuoto, di trovare risposte, ha nascosto le proprie tracce, lasciando però indizi sparsi per il mondo, fino ad esservi risucchiato da quella sua stessa vita e scomparirvi dentro, dimenticato. Nel tentativo di raccontare la sua intera vita si finisce irrimediabilmente per perdervisi, nello scandagliare i suoi lasciti (non solo le opere scritte), si è spinti a essere stretti fra l’irrefrenabile pulsione alla curiosità della ricerca e l’impossibilità di poterlo afferrare e rinchiudere nei confini asfittici di una definizione chiara e univoca. Lo sviamento di Coccioli, appunto, è sostanza insostituibile della sua stessa essenza.

Proprio a partire da questo inseguimento, Raveggi ci racconta la storia di Enrico Capponi, uno studente inviato in Messico sulle tracce dello scrittore alla ricerca di una sua opera inedita, Grande karma appunto, con la promessa di poter finalmente ottenere un posto fisso all’interno dell’Università italiana. Si delinea così un viaggio tumultuoso in cui l’Io si scontra con luoghi e persone, ricordi e pagine scritte, nel tentativo inizialmente sconsolato di costruire un mosaico dai frammenti raccolti. Quei frammenti, invece di unirsi restituendo un quadro complessivo, finiscono per sparpagliarsi ed entrare sotto pelle, smuovendo un qualcosa di inspiegabile eppure irrefrenabile in Enrico stesso. Così come le opere di Coccioli avevano cambiato la vita ad alcuni lettori (addirittura si racconta che il suo Fabrizio Lupo avesse spinto al suicidio), così il fascino del romanzo di Raveggi sta nel fatto che, come il suo oggetto di ricerca, non si ferma all’omogeneità della struttura e dell’espressione, è un romanzo che non si adagia in una forma narrativa univoca, ma cambia grazie il movimento dato dal montaggio di parti eterogenee. Appare come se Coccioli, assenza fantasmatica al contrario presentissima, finisca per entrare nelle nervature del romanzo stesso e del protagonista rendendoli entrambi tanto affascinanti quanto sfuggenti.

Il viaggio è alla base della narrazione (come nella vita dello scrittore), tanto che Grande karma può rientrare nella genere della letteratura odeporica, e la prima parte è dominata da una sintesi limpidissima del Messico con i suoi chiaroscuri, con le sue contraddizioni interne, in cui Coccioli aveva trovato il suo posto per lungo tempo (ma senza mai spiritualmente essere meta ultima e definitiva). Il Messico è da considerarsi vero e proprio copratogonista della storia, il cui vero volto, liricamente grottesco, è ritratto da chi lo ha conosciuto in presa diretta e ha voluto raccontarlo.

Ma il romanzo, appunto, non rimane mai uguale a sé stesso e così cambia nel momento in cui passa a raccontare il periodo parigino dello scrittore, la Francia di Cocteau e di Coco Chanel, il rapporto stretto e conflittuale con Malaparte con tutto il tormentato confronto con l’editoria italiana e i suoi autori di successo (in primis Moravia) e, infine, Firenze. Nel mistero del perché uno scrittore di una tale levatura e successo ai suoi tempi sia stato stretto dalle pastoie del tempo, si finisce per perdersi all’interno di quella forza centripeta e al tempo centrifuga che è stato Coccioli.

Dietro una prosa limpida e scorrevole, che si adatta a una forma cangiante e plurilinguistica, intervenendo con espressioni spagnole e francesi, si stratifica una serie di rimandi più sottili, echi di modelli lontani (sudamericani, ma non solo), facendo sì che l’atto stesso di lettura possa avere più livelli, non mancando mai una sensibilità a restituire i tumulti di un animo inconsolabile, quello coccioliano, come la complessità dei rapporti umani, in particolar modo amorosi, che invece ci riguarda tutti.

Si ha la percezione dell’enorme ricerca che vi è dietro senza che questa possa sommergere e sbilanciare la narrazione, anzi tutto è tenuto insieme da un sottilissimo equilibrio che dona movimento alla storia. Sembra fare la sua comparsa una sorta di Arcimboldi bolaniano che, come quest’ultimo, disorienta Enrico Capponi quanto il lettore stesso. Infatti, a ben guardare, proprio per la scelta di scrivere un romanzo e non una biografia, proprio per questo sottile gioco tra verità e finzione, fino a che non si giunge alla fine si può avere il sospetto che in realtà Coccioli non sia mai esistito, almeno fino all’epilogo, in cui viene stilata una cronologia dettagliata della sua vita. Senza assumere i connotati di un pellegrinaggio letterario, l’inseguimento di Enrico Capponi non ha nulla a che vedere con la ricerca filologica, ma appunto con il confronto con l’invisibile, con la vita come con la letteratura, disorientante per la lucidità del racconto e il riaffiorare nervoso, quasi come durante una seduta spiritica, dei dialoghi, delle lettere, delle parole di Coccioli; ma alla fine la linea che separa inseguiti e inseguitori scompare e tutto finisce per sfuggire.

 

«Lo immagino a volte come una scatola vuota, da prestigiatore. Dove infili la mano, poi il braccio, quindi tutto il corpo. E così scompari»

 


 

Un ringraziamento speciale ad Alessandro Raveggi per l’interessantissima chiacchierata, ad Andrea Pennywise per avermi aperto al mondo di Coccioli e a Bompiani per la copia omaggio.

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