“Il commensale” di Gabriela Ybarra (Polidoro editore)

Il commensale


Prima che mia madre morisse, ero convinta che la normalità fosse morire da vecchi. Immaginavo il mio cuore fermarsi alla vigilia del mio centesimo compleanno, dopo aver trascorso un pomeriggio giocando a carte e inzuppando croissant nel tè. Prima non pensavo alla morte, o ci pensavo poco. Oggi credo, che la normalità sia morire prima del tempo, come mio nonno Javier, come mia madre, o come un’amica di un’amica che fu investita da un’auto che non si fermò a un semaforo sulla Castellana. La morte prematura è sempre violenta, andarsene da giovani lo è. Anche essere sparati è sempre prematuro. Non ha importanza l’età.

Ridimensionare. Riconsiderare per dare giusto valore e spazio a qualcosa o a qualcuno. È quasi impossibile ridimensionare e ridimensionarsi quando si parla della propria vita, raccontare con sincerità senza lasciarsi andare al sentimento, trattenere con lucidità l’essenziale e renderlo letteratura. Forse ne siamo capaci solo di fronte alla morte, a ridimensionare tutto ciò che siamo e tutto ciò che ci circonda.

Gabriela Ybarra con Il commensale – finalista al Man Booker International Prize – regala un lucido e quanto mai sincero memoir. Il distacco dalla materia personale è inevitabile, vi applica una sorta di ridimensionamento per riuscire a raccontarla senza ricercare patetismi o slanci emotivi. Ma in quel vuoto generato dal distacco dalla materia letteraria, che non è altro che il vuoto che la persona venuta a mancare lascia, si concentra tutto il peso di una storia personale, che da intima e privata, si fa universale e condivisibile.

Non solo. Perché qui la scrittrice decide di non raccontare una sola perdita, ma di incrociare più piani sovrapponendoli e sdoppiandoli nel corso della narrazione (evidente anche dalla scelta di dividere il libro in due parti): la perdita della madre per malattia e la perdita del nonno a seguito del suo sequestro; la storia della propria famiglia con quella del proprio popolo (quello basco); il tema della perdita personale e quello della perdita universale.

L’idea così infantile, ma così umana, di poter essere immortali ecco che si scontra con la malattia e la crudeltà umana, forse più in generale con una qualche idea di destino che ci induce a ridimensionare ciò che siamo:

Si racconta che nella mia famiglia si sieda sempre un commensale in più a ogni pasto. È invisibile, ma c’è. Ha il suo piatto, il suo bicchiere e le sue posate. Di tanto in tanto appare, proiettando la sua ombra sul tavolo e facendo svanire qualcuno dei presenti.

Il primo a sparire fu mio nonno paterno. 

Il nonno di Gabriel Ybarra morì a seguito del sequestro da parte di una cellula terroristica dell’ETA. Un mese e mezzo dopo la morte della madre, venuta a mancare a causa di un cancro, l’ETA annunciò la cessazione definitiva della lotta armata. C’è come un legame, un filo segreto che unisce la vita del singolo con quella del proprio paese. Nessuna morte merita di essere ricordata più di altre, nessuna morte è fine a stessa perché il privato non è mai solo una questione privata, ma anche una questione politica.

Ne Il commensale un’intensa e ferma, precisa e chirurgica, volontà di ricordare come la storia di un popolo è la storia di tanti singoli ed ecco che le dimensioni cambiano forma, si ridimensionano per cercare di ricordarci che c’è sempre un legame invisibile non solo in ciò che facciamo, ma anche in ciò che ci succede, che ha radici profonde e multiple che si espandono anche al di fuori della nostra sfera personale.

Oggi, dopo aver letto la storia di mio nonno nelle emeroteche, capisco che il simbolo di Neguri e il mio cognome ancora resistono. La mia vita privata è ancora una questione politica. Anche la morte di mia madre. La lingua, i silenzi, le case, la convivenza, i sentimenti… Tutto è politica. Perfino la letteratura. 

Un delicato quanto struggente memento che l’uomo è, aristotelicamente parlando, per natura un animale politico.  

La politica ha a che fare con la vita quanto con la morta, ha a che fare con l’esistenza di ognuno di noi.

Ecco che, nella riflessione centrale sulla morte e sulla perdita, si inserisce il racconto di uno scrittore, Robert Walser, in un punto semanticamente importante della narrazione: a metà libro. Quel passo rappresenta il potere salvifico della letteratura: quello di aiutarci a trovare risposte laddove sembrano non essercene, trovarne un senso alla vita che corrisponde, in questo caso, alla sua fine. Lo scrittore ne’ La passeggiata scrive:

Giacere qui discretamente sepolto nella fresca terra silvestre, oh, sarebbe dolce! Sentire e gustare da morto anche la stessa morte! Sì, sarebbe bello avere una tomba nel bosco. Forse potrei udire sopra di me gli uccelli cantare e gli alberi stormire. Ecco quel che mi auguro.

E così fu trovato, quarant’anni più tardi, disteso sulla neve con l’orma dei suoi passi ancora impressa nella neve.

Forse è utopia, ma probabilmente è questa la conclusione che noi tutti ci aspetteremmo se nel mondo non esistessero più guerre o malattie. Ecco quel che, una volta capaci di ridimensionare e ridimensionarci, una volta capaci di capire ciò che veramente importa, ci augureremmo.


Ringrazio di cuore Alessandro Polidoro per Il commensale che è si è rivelata bellissima lettura, tratta dall’interessante collana curata da Marco Ottaiano “I selvaggi”. Già mi sono segnata tutti gli altri titoli.

 

 

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