“Inverno” di Ali Smith (SUR). Recensione

 

Inverno. Alcune letture sono sfuggenti. Anzi, forse alcuni scrittori sono sfuggenti. Ali Smith lo è. Ma non è da considerarsi un difetto né un problema se si considera la lettura come un banco di prova, un terreno inesplorato e non solo mero specchio o schermo. Qui risiede il valore aggiunto, i suoi romanzi cambiano forma, si trasformano ogni volta che l’occhio e la mene vi si posano, seguendo una penna lirica e acuta, che spazia in un gioco di specchi tra il favoloso e l’attualità. La fatica viene ripagata, lo sforzo di comprensione, in ogni caso, soddisfatto.

Inverno è il secondo libro della tetralogia delle stagioni della scrittrice scozzese, un racconto ancora più criptico di Autunno e ogni tentativo di classificarlo e comprenderlo risulterà inconcludente. Bisogna accettare che il quadro completo non sarà chiaro, bisogna affidarsi più all’intuizione fulminea che alla deduzione pensata, bisogna lasciarsi andare lasciando che le parole, le sensazioni, i sentimenti si depositino senza avvincerli in un’idea specifica.

Fondamentale quanto evidente, anche solo per la titolazione stagionale, è il tempo: è lui il vero protagonista che si astrae dal semplice compito di scandire gli eventi, soprattutto nel momento in cui si confronta con l’umano.

Lo svolgimento del romanzo copre l’arco di una sola giornata: la Vigilia di Natale. Ma il tempo si sdoppia, si ramifica, si scompone e frappone, impallidisce e sbiadisce, torna e si dilata nel corso della narrazione.

È una delle cose che riescono a fare i libri: sono in grado di rendere presenti più momenti allo stesso tempo.

Sophia è un’imprenditrice di successo ormai in pensione che parla con una testa di bambin* fluttuante senza corpo e senza identità. Le farà visita il figlio Art, collaboratore di una società multinazionale – la SA4A, la stessa società che pattugliava le recinzioni di Autunno, ma che qui gestiste il controllo sulle violazioni di copyright – e gestore di un blog dedicato alla natura. A questi due personaggi si aggiunge Iris, sorella di Sophia, sessantottina, cittadina del mondo tornata dalla Grecia dove ha lavorato come volontaria per dare assistenza agli immigrati e rifugiati e infine Lux, il classico personaggio smithiano, che non ha rapporto di alcun genere con gli altri personaggi presenti ma che, irrompendo nelle loro vite, funge da elemento di raccordo e di straniamento. Tutti i personaggi, per una serie di casualità, si ritroveranno intorno allo stesso tavola la notte della Vigilia, qui fluiscono le varie declinazioni del tempo, tra il ricordo, l’immaginazione e l’attualità in uno spettacolo di colori, profumi e sentimenti che si accavallano senza seguire un percorso lineare.

Dio era morto: tanto per cominciare. Era morto il romanticismo. Era morta la cavalleria. La poesia, il romanzo, la pittura: tutti morti. L’arte era morta.

L’incipit con il suo incedere anaforico predispone un paesaggio funebre e funesto, una nietzschiana apertura che mette in scena una morte apparente, ma non ultima, dei nostri tempi. La stessa anafora è figura retorica che si fonda sull’idea di tempo, letteralmente significa “portare indietro”; dunque sfrutta la ripetizione sia per rimarcare un concetto (appunto il paesaggio funebre), sia per restituire un’idea di paralisi, il pensiero che non riesce a procedere ma che, interrotto costantemente, torna ad arrovellarsi sullo stesso punto (il fantasma, che torna a perseguitare, anche se è l’epifenomeno di qualcosa di inanimato, come di un fiore). Ma tra le macerie di questo secolo, qualcosa sembra esistere e resistere:

La vita non era ancora morta. La rivoluzione non era morta. Non era morta l’uguaglianza razziale. Non era morto l’odio. […] Immaginate di essere perseguitati dai fantasmi di tutte queste cose morte. Immaginate di essere perseguitati dal fantasma di un fiore.

 


Il tempo sacro

Come scriveva Mircea Eliade:«il tempo sacro è per sua natura anche reversibile, nel senso che è, parlando propriamente, un Tempo mitico primordiale reso presente. Ogni festa religiosa, ogni tempo liturgico, consiste nella riattualizzazione di un avvenimento sacro che ha avuto luogo in un passato mitico, “agli inizi”. Partecipare religiosamente a una festa implica che si esce dalla durata temporale “ordinaria” per reintegrare il tempo mitico riattualizzato dalla festa stessa».

Il tempo mitico e primordiale sembra abbracciare qualcosa che attraversa e supera l’umano. Così nella narrazione si esce dalla “durata temporale ordinaria” per accedere in un’altra dimensione in cui il gioco tra simultaneità, memoria e falso ricordo rendono imprevedibile la narrazione. La festività, appunto la Vigilia, è anche il tempo in cui l’essere umano ha la possibilità di stratificare i piani temporali, moltiplicarli, sovrapporli: perché noi siamo tempo, un tempo compresso, siamo macchine del tempo che immagazziniamo, unendo il passato ricordando, il presente vivendo e il futuro immaginando.

La Vigilia inoltre è una festività che si fonda su un concetto la cui sacralità sembra essere venuta meno negli ultimi tempi: l’ospitalità. Non ci dovrebbero essere confini, non ci dovrebbero essere muri, non ci dovrebbero essere “recinzioni”.

 


Il tempo politico

Quello che guarda all’attualità e che riesce a convogliare le questioni più stringenti degli ultimi anni: la Brexit, l’immigrazione e la lotta contro il razzismo e il disastro ecologico.

Tutto questo è presente, attuale. Perché, irrimediabilmente legata alla nostra vita, la politica non è accessoria, è co-esistente. Ed è qui che si inserisce una tematica che fa da ponte con Autunno: la rivoluzione. Se nel primo volume la Smith sembrava sottotraccia spronare ad assumere un pensiero critico sulla realtà e non passivo nei confronti del presente, qui il concetto di rivoluzione e di lotta contro il potere diventa quanto mai stringente e centrale. Non siamo corpi privati della testa, ma esseri senzienti che dovrebbero fare della storia un esempio; del presente, se mortificante e mortifero, un campo di battaglia; del futuro un traguardo.

Non a caso negli intermezzi, che interrompono la narrazione centrale della storia, trova spazio la rappresentazione della protesta di Greenham Common Women’s Peace Camp contro l’istallazione di missili nucleari che assume sempre più le fattezze di sfida da parte dei manifestanti contro i sistemi che non si prendono cura delle vite umane, per non parlare del futuro del pianeta.

Sul piano dell’individualità e della precarietà del soggetto umano in confronto alla vertiginosa immensità dell’eredità storica che, per quanto oggi come oggi poco ravvisabile, essa rappresenta comunque la nostra eredità tradotta in responsabilità che dal passato si proietta nel presente e nel futuro di tutti noi:

[…] non ci sono teste che galleggiano separate dei corpi, né a mezz’aria né altrove, né teste nuove, frutto di atrocità, di omicidi e terrorismi nuovi, né teste antiche, retaggi di atrocità, di omicidi e terrorismi storici antichi, teste lasciate in eredità al futuro come quelle nei vecchi cestini di vimini della Rivoluzione francese bruniti dal vecchio sangue secco, piazzati sulla soglia delle graziosissime case di oggi, riscaldate e interattive, con dei biglietti legati alle maniglie delle porte d’ingresso con su scritto prendetevi cura di questa testa per piacere.

Lo so c’è un punto abbastanza straniante che non ho approfondito: quello della testa galleggiante che solo Sophia vede. Ma questo è una delle cifre stilistiche che rendono Ali Smith una delle scrittrici più interessanti del panorama letterario contemporaneo (per me), ossia quello di inserire elementi sfuggenti, analogismi (distorsioni, emanazioni contraffatte il cui significato solo in un secondo momento verrà svelato) che precedono la logica, direi a-logici, e che lasciano al lettore il compito di accettarli come simboli e allo stesso tempo come elementi fattuali. Le interpretazioni che ne derivano possono essere mille, gli indizi allusivi sono disseminati nella narrazione: che sia il frutto della rivoluzione? O la testa cui parla David Bowie in Oh! You pretty thing (il primo verso cita Wake up, you sleepy head!)? O forse il senso sta proprio nella loro polisemanticità?

Il reale irrompe nel favoloso: una collisione tra un’atmosfera magica e lirica della natura e la brutalità del reale e dell’umano. Ed è in questo scenario che si scontrano le due figure, calate sia in episodi passati sia in episodi presenti, di Sophia e Iris, le due sorelle che appaiono tra le pagine sempre più come personificazioni dei due lati della stessa medaglia, del bipolarismo manicheo che divide il mondo politico fra due fronti, quello del cinico disinteresse reazionario e quello dell’impegno radicale rivoluzionario.

Sophia è colei che non vede e non vuole vedere (anche qui il simbolo e il reale si mescolano, giocano con l’ambiguità):

Lei sta insinuando che per tutta la vita io sarei andata con gli occhi chiusi, o che in qualche modo sarei stata restia a usarli?

Dall’altro lato Iris si fa portavoce dell’altra parte del mondo, coloro che di fronte all’ibernazione “umana” non vogliono rimanere passivi e attraverso la quale si inserisce uno dei temi più importanti di questi anni – la questione dell’immigrazione – inevitabilmente legata alla Brexit, ma ne sottolinea anche il carattere aleatorio della propria ideologia:

Riferiscilo ai tuoi amici da parte mia […]. Digli che le persone se la passano davvero male. Digli che c’è gente che non ha assolutamente nulla. Digli che c’è gente che rischia la vita, gente a cui non è rimasto nulla a parte la vita stessa. […] Chiedigli quale sacerdote, quale chiesa, fa crescere un bambino con la convinzione che le parole ambiente e molto e rifugiati, messe insieme, possono mai rappresentare una risposta a quello che succede alle persone nel mondo reale.

 Meravigliosa ed estremamente dolceamara è l’immagine di un abbraccio di sorellanza tra i due schieramenti che, per ora, può avvenire solo sul piano simbolico della letteratura:

Iris sollevò il braccio in aria. Era un invito a Sophia ad andarsi ad infilare lì sotto. Sophia accettò. Si avvicinò a Iris e le posò la testa contro il petto.

Ti odio, disse Sophia contro il corpo di Iris.

Iris soffiò fiato caldo sopra i capelli di Sophia.

Ti odio anch’io, disse.

 


 

Il tempo ciclico

Al tempo politico si aggiunge il tempo ciclico, quello che slacciandosi dalla vita umana dilata lo sguardo verso un orizzonte più ampio e universale, dal ritmo lento e ripetitivo, il cui schema pur modificandosi nel dettaglio rimanere eternamente uguale a sé stesso. Il tempo ciclico per eccellenza è quello della natura, protagonista del blog di Art – Art in Nature – cui ha perso il controllo e gestito da terzi.

Quello che faccio non è politico per natura. La politica è transitoria. Quello che faccio io non è transitorio. Io osservo il progresso di un anno di vita dei campi, guardo da vicino la struttura delle siepi.

Nonostante questo, Art è il personaggio forse più sfuggente e allo stesso tempo più eloquente. Non ha un grande rapporto con la madre, non ricorda dei momenti trascorsi con la zia e non ha conosciuto il padre. Un apolide senza legami e senza memoria che guarda al mondo naturale (e non umano) che lo circonda, vuole parlare di quel mondo, ma non dei disastri che l’uomo vi ha causato e, infatti, alla fine inventa. Viene ripetuto più volte, Art è bugiardo eppure in quello che racconta ci crede davvero, perché un fatto è la menzogna un altro fatto è l’invenzione: la creatività che, postulando la finzione, racconta spesso più del vero attraverso l’essenza eternamente veritiera e incontrastabile della bellezza.

[…] sopravvivere al mondo e ai suoi inganni, e non solo questo, ma anche come servirsene per arrivare alla verità, servirsi degli strati dell’inganno, aspri come quelli di una cipolla […]. Riuscirà a tagliare da parte a parte le false narrazioni con una scrittura affilata come un rasoio. Sarà qualcosa di scottante. Qualcosa di schietto. Parlerà di quello che nessuno ti può portare via. La intitolerà La verità è bellezza.

Un concetto platonico («Il bello è lo splendore del vero»); un’eco dostoevskiana («La bellezza salverà il mondo»). E più avanti:

La bellezza è il vero modo per cambiare le cose in meglio. Per migliorare le cose. Ci dovrebbe essere molta più bellezza nelle nostre vite. La bellezza è verità, la verità è bellezza. La falsa bellezza non esiste. Ed è per questo che la bellezza è così potente. La bellezza placa le persone.

Ma la natura sembra vendicarsi, voler essere non semplice concetto astratto, frutto d’invenzione e terreno di devastazione, eternamente sfruttata dall’uomo sia su un piano reale che su un piano artistico, vittima abusata e priva di ogni protezione, anche intellettuale (non ha copyright). E, appunto, sembra vendicarsi, facendo irruzione durante il cenone abbattendo il soffitto e pendendo sulla testa dei convitati:

Circa mezzo metro sopra le loro teste fluttua in equilibrio precario, sospeso nel vuoto, un pezzo di roccia o una fetta di terreno grande quanto un’auto di piccola taglia o un pianoforte a coda.

Che in fondo a guardare i singoli eventi, quella della vita di tutti i giorni, grandi o piccoli, sembrano impallidire se la visuale si dilata al tempo naturale che sembra essere, invece, sempre uguale a sé stesso, che persegue leggi interne e non intellegibili. «Sta a indicare il ritmo del tempo che passa, sì, ma soprattutto il tempo che ritorna, nel suo infinito ciclo consolatorio […]» ed è forse proprio in quel suo essere sempre uguale a sé stesso che lì risiede la verità, quella immutabile: «[…] Keplero che ha studiato il tempo e l’armonia e che credeva che la verità e il tempo fossero congiunti». Come la cometa di Halley, che nessuno avevano realizzato che fosse la stessa e che tornasse ciclicamente, ma Keplero: «era un uomo che prestava attenzioni alle cose vicine come a quelle lontane.»

Di fronte alla caotica varietà del mondo, raggiungendo un livello più alto le distanze si azzerano e le differenze scompaiono:

Le dice che l’artista aveva dichiarato di essere stufa di volti e di melodrammi e di essere alla ricerca di un linguaggio universale. Un linguaggio che è quello del mondo stesso, dice, e non solo il linguaggio di noi che occupiamo la superficie del mondo e ci perdiamo in inutili discussioni nelle nostre miriadi di lingue.

E di fronte si apre l’universo intero.

 


 

Il tempo esistenziale

In questo caso il tempo sembra mescolarsi, tra un tempo ciclico universale e atemporale con quello politico attuale. La singola esistenza che attualizzandosi si lega a una collettività passata presente e futura. Qui la figura di Lux è quanto mai centrale, una sorta Santa Lucia che porta luce laddove regnano le tenebre, l’unica che dice la verità su sé stessa, scoprendosi e spogliandosi di ogni menzogna, interna agli eventi ma allo stesso tempo esterna nella sua funzione di liberare ogni personaggio da un silenzio omertoso, capace di esprimere le proprie opinioni e aprirli al dialogo.

Gli intermezzi lirico-onirici che scandiscono la narrazione – come accadeva in Autunno – hanno come protagonista Art che non è figura di Artù – «la cavalleria era morta» – e nemmeno l’Arte – «l’arte era morta» – ma che funge da elemento di raccordo in cui irrompe la tecnologia, l’avvento di Internet e tutto il carico di problematiche inerenti allo scontro tra reale\naturale e umano\virtuale:

Vedi? Nessuno altro qui dentro sa, a nessuno importa niente delle cose che stanno succedendo online a suo nome e sotto la tua foto profilo. Se la si osserva da questo punto di vista è come se la cosa non stesse davvero succedendo. Solo che sta succedendo davvero. Allora: cos’è reale? Questa biblioteca non è il mondo? Il mondo è quello lì, quello sullo schermo, e invece questo, questo stare fisicamente seduto qui con questa gente attorno a lui, non lo è?

Ed è qui che si inserisce una delle tematiche forse più pregnanti degli ultimi anni e per cui la letteratura stessa è nata: quella della memoria. Art, a differenza di Lux, rappresenta la generazione umana dei senza memoria, i cui legami umani vengono meno perché nei momenti in cui non vi è eredità, ripeto non c’è responsabilità:

[…] è che le persone pensano esclusivamente ai propri interessi e non hanno il senso della storia né si sentono responsabili nei confronti della storia […]. Altrettanto privi di memoria storica, ha continuato. Altrettanto non-umani.

È davvero il tempo il cattivo della storia o siamo noi esseri umani dimentichi?

Come in Autunno è fondamentale il discorso generazionale, un gap c’è stato, un enorme gap temporale perché il concetto di tempo è stato stravolto. Con l’avvento di Internet e l’azzeramento delle distanze spazio-temporali, come l’irrompere della pigrizia per cui un enorme database è a disposizione di tutti in qualsiasi momento senza possibilità di cernita e di discernimento, ecco che un taglio netto c’è stato. Art non ricorda e se ricorda, ricorda menzogne che non possono essere smentite e viceversa. Siamo nell’epoca del tutto è lecito, della libertà di parola liberata dell’etica, anzi che si avvale di un’oltre-etica, di una post-etica che non viene filtrata:

[…] puoi far diventare una cosa non vera semplicemente dichiarando che non è vera.

Dichiarare, ma non provare. E la memoria si fa fugace, i ricordi si sovrappongono e si confondono. Ed ecco che passano in rassegna Elvis Presley e si sovrappone a Charlie Chaplin, il primo impersonava un soldato l’altro motteggiava un dittatore; durante la lotta per lo spazio, la storia come viene raccontata, impallidisce di fronte alla tragedia del destino di Laika cui nessuno si era mai soffermato; le canzoni come I know a old lady di Burl Ives vengono cambiate, la strampalata vecchietta si trasforma in un Urano che ingoia ogni possibile specie animale. Ma ciò che avviene ora, nell’epoca in cui la privacy non c’è più e tutto viene registrato nell’enorme database aeriforme dell’online, non potrà più essere cancellato (episodi che senza Internet sarebbero stati con il tempo dimenticati): come quando Nicholas Soames abbaia a Tasmina-Ahmed Sheikh o il discorso di Trump al diciannovesimo Jamboree nazionale dei Boy-scout americani.

Ma nella letteratura questo tempo che appare una bussola impazzita, può comprimersi, così Sophia come un novello Mr Scrouge (la citazione all’opera di Dickens è onnipresente come tutti i riferimenti eruditi a Shakespeare, a tal riguardo vi invito a porre molta attenzione alle citazioni che la Smith inserisce in esergo) avrà la visita di tre fantasmi che sono ricordi, perché questo è ciò che ci perseguita: ricordi.

Come ho già scritto: noi siamo tempo, un tempo compresso, siamo macchine del tempo che immagazziniamo unendo il passato ricordando, il presente vivendo e il futuro immaginando:

Pensa che, qualunque cosa significhi essere vivi, con tutti i suoi passati, presenti e futuri, è un’esperienza che è più pienamente sé stessa nei momenti in cui emergi da un abisso di torpore o smemoratezza nel quale non sapevi nemmeno di essere, e rompi la superficie e quel momento è simile a… simile a cosa?

Un rispecchiamento tra natura e umanità c’è, un’umanità intesa nella sua interezza, non nel singolo, non in popoli, non in “razze”; una speranza resta, nonostante i tempi oscuri e funerei (invernali) che stiamo vivendo. Una speranza di rinascita:

La natura sa adattarsi. La natura non fa che cambiare.

Questa è una lettura personale, inconcludente (non ho parlato del concetto di arte, non ho parlato di tantissime citazioni presenti, non ho parlato della struttura del romanzo stesso) e probabilmente non esatta, ma questo è il fascino che risiede nei romanzi di Ali Smith. Sono sfuggenti.

 


 

Autrice: Ali Smith

Titolo: Inverno

Editore: Sur

Traduttore: Federica Aceto (piccola postilla che non metto mai, ma i miei più sinceri complimenti per aver tradotto un’opera così complessa)

Pagine: 278

Prezzo: 17,50 €

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