“King Kong Theory” di Virginie Despentes (Fandango libri)

 

King Kong Theory era già stato letto in Italia nel lontano 2006, troppo presto per la mentalità  del nostro paese, troppo precoce nelle sue formulazioni. Non sembra infatti un caso che, nonostante il mortificante destino di ogni prodotto di no fiction sia quello di essere superato nel giro di pochi anni, mantenga a distanza di anni una sua fortissima portata comunicativa e performativa, ma soprattutto argomenti di riuscitissima attualità. Fortunatamente Fandango ha notato il potenziale ancora assolutamente fecondo di questo saggio, decidendo di ripubblicarlo a tredici anni di distanza.

Il femminismo odierno sta attraversando una fase critica. Uscito dagli stretti confini del dibattito rivolto ad una limitata cerchia, ha ad oggi raggiunto una portata globale. Il rischio di un argomento trattato da molti è quello di perdersi in inconsistenti diatribe e a sguazzare nel mare nero della superficialità, allo stesso tempo la possibilità di allargare le file di nuovi adepti significa rendere più forte il grido di battaglia.

Scrivo dalla sponda delle brutte, per le brutte, le vecchie, le camioniste, le frigide, le malscopate, le inscopabili, le isteriche, le tarate, per tutte le escluse dal mercato della gnocca. E inizio da qui perché sia chiaro: non mi scuso di niente, non vengo a lamentarmi.

La provocazione è l’essenza del femminismo, provocare, “chiamare fuori” per ingaggiare battaglia. Prende argomenti, li ribalta, provoca il pubblico di ascoltatori e lettori, fino a che punto si è disposti ad ascoltare?

Il problema riscontrato negli ultimi anni è la banalizzazione delle argomentazioni, il buonismo inutile e viziato che astutamente offre specchietti per le allodole e non cambiamenti, in cui la donna riceve potere, ma senza abbattere il sistema patriarcale. Adeguandosi ad esso, non smuove le fondamenta, cerca solo di farsi spazio in una società comodamente, ma non giustamente, patriarcale. Fuori rimangono le altre minoranze e allora è questo ciò per cui il femminismo si è battuto? Il sistema  non si smuove, non traballa, semplicemente apre i suoi cancelli e noi gentilmente ci inchiniamo al suo cospetto, grazie per non averci tenuto fuori, grazie per averci concesso la possibilità di sederci fra le tribune in alto a guardare gli altri sotto marcire. Davvero questo era il destino del femminismo? Guardare alle donne in carriera e applaudire loro, anche se sono persone moralmente discutibili e guadagnano sullo sfruttamento di altri? È davvero questo di potere ciò che vogliamo? (Questa deriva pericolosa del femminismo è ben trattata da Jessa Crispin in Perché non sono femminista)

Sono solo una voce all’interno del coro e, tra l’altro, priva di qualsiasi autorevolezza. Quello di cui parlo nasce da uno studio personale e amatoriale, fiacco e manchevole su molteplici aspetti. Cerco di informarmi, questo sì, capire e partecipare come meglio posso. Quello che però più mi pesa in questi ultimi anni è l’assenza spesso nel dibattito di offrire una soluzione pratica e limpida. Concentrati solo sulla pars destruens, il discorso femminista odierno perde a volte l’importanza della pars costruens e quindi di una prospettiva non solo teorica, ma concreta da attuare.

Arriva King Kong Theory, un interessante ibrido a metà tra il manifesto femminista e il memoir,  in cui Virginie Despentes racconta eventi della propria vita e li traduce in chiave ideologica. Le parole bruciano, il linguaggio si fa violento e triviale (quello del maschio, perché sentire una femmina dire certe parole è sconveniente, ma per chi? E soprattutto perché? Chi lo ha deciso?). Ciò che differenzia lo scritto della Despentes a tanti saggi femministi odierni è proprio il non perdersi in discorsi, riflessioni, digressioni, disquisizioni similfilosofiche, perché presenta il problema e ne dà una soluzione pratica. Estrema? Senz’altro. Provocatoria? Non potete immaginare quanto. Se non si è provocatori (o come direbbe la Despentes punk) nel dibattito, allora significa condannarsi allo status quo e grazie, ma anche no. Il partire poi dall’esperienza personale significa ascoltare una voce che ha vissuto sulla propria pelle gli argomenti che tratta, chi la cognizione di causa ce l’ha marchiata sulla propria pelle.

 


Il pubblico di King Kong Theory

Questo memoir radicale ha per taglio critico quello tematico, ogni sezione è dedicata a un argomento diverso e si apre con una tagliente e riuscita presentazione. Perché la prima scelta della Despentes è quello di delineare il pubblico al quale si sta rivolgendo. Questo è un saggio rivolto a tutte le donne e non solo, anche agli uomini o a chi vorrà semplicemente ascoltare. Insomma, a tutti coloro che non vogliono rientrare nel soffocante e manicheo binarismo di genere, eteronormativo, patriarcale, sessista, sottostare a quella pletora di ruoli e comportamenti che vengono imposti, non proposti, in base alla semplice (e inconsistente) distinzione di genere.

E poi già che ci sono scrivo anche per gli uomini a cui non va di essere protettivi, per quelli che vorrebbero esserlo ma non sanno come, quelli che non sanno fare a botte, quelli che hanno il pianto facile […]

Il primo capitolo fa da introduzione, risponde alla domanda: se ancora si parla di femminismo, vuol dire che una vera e propria rivoluzione femminista c’è mai stata? Certo che c’è stata, continua ad allargarsi sempre di più il gap generazione, sia di pensiero sia d’azione, garantita da un dibattito sempre attivo e dalla lotta ingaggiata non solo precedentemente, ma qui et nunc.

Allora perché si ha l’impressione che più passi vengono fatti in avanti più il traguardo sembra allontanarsi?

Non abbiamo occupato lo spazio pubblico, né politicamente né economicamente, non ce ne siamo appropriate. […] Trascurare il terreno politico come abbiamo fatto tradisce le nostre reticenze rispetto all’emancipazione. […] Bisogna dimenticare di essere dolci, gradevoli, servizievoli, bisogna autorizzarsi a dominare l’altro, pubblicamente. Fare a meno del suo assenso, esercitare il potere in modo frontale, senza smancerie né scuse, perché non sono molti i rivali che si complimenteranno con voi per averli sconfitti.

Nulla di nuovo, la conquista dello spazio politico e sociale è la mancanza denunciata sia dalla Despentes sia dal movimento xenofemminista – quello che ha unito il discorso femminista alla questione bio-tecnologica – cancellando ogni tentativo di binarizzazione di genere (per ulteriori informazioni invito alla lettura di Xenofemminismo di Helen Hester e del Manifesto Cyborg: donne, tecnologie e biopolitiche del corpo di Donna Haraway). Nulla di nuovo sì, ma nulla di scontato, perché la Despentes propone delle soluzioni, risposte pratiche, briciole in confronto a quanto ci sarebbe da fare, ma lascia un quesito importante: se è fattibile, anche facile pensarlo e attuarlo, perché non è stato ancora fatto?

Non abbiamo creato gli asili nido; né i luoghi di custodia dei figli di cui avevamo bisogno. Non abbiamo creato sistemi industrializzati di pulizie a domicilio che ci avrebbero emancipate. Non abbiamo investito in questi settori economicamente redditizi, né per far soldi, né per rispondere alle esigenze della nostra comunità.

 

 


 

La questione dello stupro: un rischio da accettare?

Virginie Despentes è una sopravvissuta. Stuprata all’età di diciotto anni, continua a parlarne e a trattarlo come tematica necessaria per la lotta contro la violenza sulle donne.

Immagino sempre che un giorno potrò sbarazzarmene. Liquidare l’episodio, svuotarlo, esaurirlo. Impossibile. È fondatore. Di quello che sono in quanto scrittrice, in quanto donna che non è più del tutto tale. È insieme ciò che mi sfigura e ciò che mi costituisce.

 Ho letto parecchio su questo argomento, il che mi dà il vantaggio di poter notare l’alto grado di novità nella trattazione del tema. Il discorso è personale, sincero, lucidissimo e finisce per sdoppiarsi per dare sfogo a due importanti accuse.

La prima riguarda la messa in dubbio della parola femminile e della denuncia che vuole gridare. Una sorta di maledizione per cui:

È nella nostra cultura, fin dalla Bibbia e dalla storia di Giuseppe d’Egitto: la parola della donna che accusa l’uomo di stupro è prima di tutto una parola che viene messa in dubbio.

Se interessati al concetto di linguaggio sessuato e la dicotomia fra linguaggio maschile e linguaggio femminile vi consiglio caldamente di leggere i saggi di Adriana Cavarero che gioca spesso con l’opposizione tra archetipi della tradizione occidentale mettendo a confronto Platone con le Sirene omeriche; Edipo con la Sfinge.

In realtà la messa in dubbio della parola femminile tacciata di calunnia è fortunatamente questione ormai nota, sfortunatamente ancora estremamente reale. La maldicenza, la falsa accusa, la diffamazione sembrano abbattersi sulla denuncia non appena la donna decide di condannare la violenza maschile (ormai il discorso è noto, tante le manifestazioni e i dibattiti svolti a riguardo, le svariate declinazioni su piani mediatici come la serialità televisiva, basti pensare a Unbelieveble serie Netflix che già da titolo preannuncia il contenuto: “incredibile”, nel senso di “non credibile”).

Nascondete le vostre ferite, signore, potrebbero infastidire il torturatore. Essere una vittima dignitosa. Vale a dire che sappia tacere. La parola sempre confiscata. Pericolosa, l’abbiamo capito.

 


Piccola postilla che sento di aggiungere e che esulta da ciò che viene trattato in King Kong Theory: ho scoperto recentemente che il patteggiamento non può essere richiesto in ogni caso giudiziario. Ad esempio, se una persona viene accusata di omicidio al condannato non vi è possibilità di patteggiare. Nel caso in cui la pena non superi i cinque anni, il patteggiamento può essere richiesto per i seguenti casi: reati di violenza sessuale semplice o di gruppo; atti sessuali con minorenne; prostituzione e pornografia minorile. L’omicidio è grave, l’abuso su minori e lo stupro, suvvia alla fine le vittime sono vive, no?

Altra postille, che esula dallo stupro, ma che sempre rientra nell’ambito giuridico: avete mai sentito parlare è il delitto d’onore? La legge è stata abrogata il 10 agosto 1981 (la data è in grassetto perché voglio ricordarla). Il delitto d’onore tutelava gli uxoricidi, in quanto l’attenuante per i mariti era l’onore ferito. Il reato di omicidio compiuto nei confronti della moglie o dell’amante, o di entrambi, veniva sanzionato con una pena minore.


 

Terminate le mie inserzioni, sono importanti da tenere a mente per la seconda accusa che Virgine Despentes presenta: il non aver avuto il coraggio di difendersi durante la violenza nonostante nello zaino avesse un coltello a serramanico.

Noi apparteniamo al sesso della paura, dell’umiliazione, il sesso estraneo.

Fondamentalmente ciò la Despentes contesta è che alle donne è sempre stato insegnato a non difendersi. Recuperando il suo lavoro scandalo precedente, Scopami, nella forma romanzata aveva avanzato la stessa proposta. E se le donne uccidessero l’uomo? Se ogni uomo vivesse nel terrore di ricevere violenza dopo averla inflitta?

Il non aver avuto il coraggio di difendersi durante la violenza non dipendeva solo dal trauma, dalla situazione scioccante. Assurdo leggere che avesse pensato al coltello durante l’aggressione, si fosse ricordata dell’arma, ma l’unica cosa a cui aveva pensato era che gli aggressori non la trovassero. L’idea di usarla per difendersi non l’aveva neanche sfiorata. C’è un problema mentale:

Ce l’ho con una società che mi ha educata senza mai insegnarmi a far del male a un uomo se mi apre le gambe a forza, quando questa stessa società mi ha inculcato che è un crimine da cui non mi riprenderò mai.

Uccidere gli stupratori, evirare i violentatori. È una provocazione? Mettiamo che non lo sia, eppure mi chiedo qualcuno di questi uomini ha mai avuto paura della denuncia di una donna? Ha mai avuto paura delle Erinni?

Per concludere, allo stato attuale delle cose, la questione dell’aggressione sessuale è ancora terribilmente allarmante. Immagino di non essere l’unica a farsi problemi a tornare da sola a casa, a imbestialirsi di non poter girare a qualsiasi orario per la città se non provvista di una macchina. Non è che si vive con il costante terrore, ma quante volte si è provata quella sgradevole e inquietante sensazione di uno sguardo che si sofferma qualche minuto di troppo, di essere seguite proprio quando si imbocca una stradina buia e poco trafficata? Non vivo nel terrore, ma l’ho provato questo terrore e c’è chi lo ha vissuto sulla propria pelle. Mi sono stancata.

C’è un pezzo di Camille Paglia del 1990 che rivoluzionerà la vita di Virginie Despentes. Quando l’ho letto per la prima volta, la mia reazione è stata di negazione. Non è così, “accettare” non è la scelta giusta, è reazionaria, è rassegnazione non è rivoluzione. Eppure, una volta digerita, l’ho letta e riletta. Sono andata oltre all’ideologia e ho guardato alla mia vita, alla mia quotidianità. Non potete immaginare la rabbia che si può provare nel leggerla, ma è la realtà e finché non cambierà (e faremo il possibile per cambiarla) la risposta migliore è cogliere il guanto di sfida:

“[Lo stupro] è un rischio inevitabile, è un rischio che le donne, se vogliono uscire di casa e circolare liberamente, devono mettere in conto e accettare di correre. Se ti succede, rialzati, dust yuorself e passa ad altro.”

È una questione di scelta. Adeguarsi e quindi privarsi o accettare e rischiare. Non ho una risposta. Io stessa mi sono preclusa tante esperienze per paura di camminare per strada di notte o di compiere un viaggio in posti lontani da sola. Forse, di rischiare io non sono così coraggiosa, vorrei, vorrei davvero tanto non stare qui ad elencare mentalmente tutte le esperienze che mi sono preclusa per paura.

Paglia permetteva di vederci come delle guerriere, non più personalmente responsabili di quello che si sono andare a cercare, ma vittime ordinarie di quello che bisogna mettere in conto di sopportare se si è donna e ci si vuole avventurare all’esterno.

 


 

La terza ondata femminista: la prostituzione e la pornografia

Parlare verso l’esterno, ma guardare anche alle diatribe interne, come nel caso della prostituzione e della pornografia, è un passo importante per evolversi. La lotta contro questi due tabù ha avuto a lungo il marchio di fabbrica del femminismo stesso. L’oggettivazione della donna che doveva essere bannata, censurata, cancellata. Prodotti del sessismo e per questo da condannare. Ma davvero il guadagna sulla sessualità erotica femminile è da condannarsi come anti-femminista? La questione è quanto mai spinosa, ma non per questo ci si tira indietro. In King Kong Theory i capitoli centrali sono proprio incentrati sulla questione.

Il primo, la prostituzione, ancora una volta nasce da un’esperienza diretta della scrittrice, un importante tassello per il superamento di un trauma, come quello dello stupro, con il risarcimento banconota per banconota di un corpo che decide di concedersi avendo il controllo perfetto della situazione.

Dai clienti delle prostitute ci si aspetta che siano una popolazione eterogenea per motivazioni e psicologia, per categoria sociale, razziale, anagrafica, culturale. Le donne che esercitano il mestiere sono immediatamente stigmatizzate.

Il circolo vizioso che si genere intorno alla prostituzione rivela in realtà quanto la sessualità sia una costruzione culturale e come esse viene vissuta. Ciò che viene condannato o accettato non è verità e nemmeno giustizia, è il risultato di anni e anni di costrizioni etico-morali che portano a un controllo del singolo individuo.

Non sto dicendo che sia un lavoro come un altro, a prescindere dalle condizione e per qualunque donna. Ma siccome il mondo economico oggi è quello che è, vale a dire una guerra fredda e spietata, vietare l’esercizio della prostituzione all’interno di una cornice legale adeguata significa proibire specificatamente alla categoria femminile di arricchirsi, di trarre profitto dalla sua stessa stigmatizzazione.

La questione è estremamente interessante, perché come nel caso dello stupro, Virginie Despentes travalica il classico binomio del giusto e dello sbagliato, che tanto sono ideali chimerici e difficilmente attuabili, per presentare altre due possibilità di scelta: adeguarsi al sistema lasciandosi dominare o accettare lo status quo per dominarlo.

Il discorso sulla prostituzione è quanto mai delicato, non si può non prendere in considerazione che la prostituzione in uno stato come l’Italia non possa essere separata dalla criminalità, dallo sfruttamento e dall’abuso (senza contare l’aspetto legale); così come il trovarsi a dover guadagnare prostituendosi possa essere una scelta personale, ma anche l’ultima spiaggia per chi non ha ricevuto alcuna forma di sussistenza statale (su questo fronte lavorerei molto). È incredibilmente interessante visto che, per quanto trattata, la prostituzione spesso viene immediatamente bollata. È senz’altro una delle tematiche più importanti e rivoluzionarie della terza ondata femminista, quella che grida: “sex work is a work!“. Ripeto il discorso è delicato ed estremamente recente, anche qui vi allego un articolo molto interessante di Human Rights Watch  che spiega diversi esiti positivi nella legalizzazione e quindi tutela delle sex workers.

Ma c’è una questione che non richiede altri approfondimenti e che va ricordata, ripetuta e imposta:

È il controllo esercitato su di noi a essere violento, questa facoltà di decidere per noi che cosa è dignitoso e che cosa non lo è.

La  pornografia è un’altra questione largamente trattata. Dalla censura si è passati ad una sua riconversione da sessista a femminista, assumendo un’ottica lontana da quella imperante (mainstream) per mettere in scena una diversa forma di sessualità, ma che comunque sessualità è. Una sessualità che non finisca per oggettivare la donna e che garantisca libertà d’espressione e di azione agli attori.

Il vero problema del porno è che offre uno sfogo al desiderio e propone un mezzo per appagarlo, in modo troppo rapido per consentire una sublimazione. In tal senso, nella nostra cultura ha una funzione: risolvere la tensione tra desiderio sessuale smodato […] ed eccessivo rifiuto della realtà sessuale. Il porno interviene come valvola di sfogo psichico, per equilibrare la differenza di pressione.

Il porno-femminismo nasce proprio per far sì che il desiderio sessuale femminile non sia distorto e non sia costretto a passare sotto lo sguardo esclusivamente maschile. Allora stesso tempo la Despentes non si scorda del pubblico cui sta parlando, e quindi non solo alle donne. Il porno così come viene concepito è vittima dell’eteronormatività. Qualsiasi desiderio che esuli dalla costruzione culturale e morale viene castrato e fatto ricadere nel pericolosa censura della depravazione e della vergogna.

Quando esplodono le censure imposte dalle classi dirigenti, quello che esplode è un ordine morale fondato sullo sfruttamento di tutti. La famiglia, la virilità guerriera, il pudore, tutti i valori tradizionali mirano ad assegnare ciascun sesso al suo ruolo. Gli uomini, a quello di cadaveri gratuiti per lo stato, le donne, a quelle di schiave degli uomini. Alla fin fine, tutti asserviti, con le nostre sessualità confiscate, piantonate, normate.

 


 

King Kong Theory: la distruzione del binarismo di genere

Interessante, a tratti geniale, la scelta di usare come esempio un simbolo della cultura pop cinematografica: il film del 2005 di Peter Jackson King Kong.

Il capitolo sulla pornografia, forse il meno approfondito è però necessario per arrivare al punto della questione.

Questo è un saggio sulla sessualità e sulla sua liberazione, questo è King Kong Theory. Partendo dallo stupro, alla prostituzione fino alla pornografia la vera vittima del discorso è la sessualità aggredita, limitata e costretta secondo un sistema eternormativo che impone ruoli, comportamenti, ma soprattutto desideri al singolo individuo. Un enorme macchinario culturale costruito intelligentemente per rendere schiavi del sistema sia donne che uomini.

King Kong, qui, funge da metafora di una sessualità precedente alla distinzione di generi così come è imposta politicamente intorno alla fine del diaciannovesimo secolo. King Kong è al di là del femminile e al di là del maschio [non ha organi sessuali].

Non che la Despentes rifiuti l’esistenza di un binarismo maschile-femminile, rifiuta come è concepito e imposto perché non veritiero, perché castrante e limitante. Rifiuta l’idea machista che domina la società che è ben diverso; rifiuta l’idea di femminilità imposta e non veritiera che è ben diverso; rifiuta una società che impone regole con ipocrisia e che priva sia di libertà sia di responsabilità l’individuo che appare sempre più come un fantoccio vuoto.

Dopo svariati anni di brava, leale e onesta investigazione ho comunque dedotto che: la femminilità è ruffianeria. Arte del servilismo. Possiamo chiamarla seduzione e farne una roba glamour. Ma solo in rare eccezioni è uno sport di alto livello. Nella stragrande maggioranza dei casi è semplicemente abituarsi ad assumere comportamenti subalterni.

E una volta fatta cadera la finta maschera della femminilità, ecco la King Kong Girl che non grida, dice, non ha bisogno più di gridare il suo credo da condividere:

Però certo che voglio tutto; come un uomo, in un mondo di uomini, voglio sfidare la legge. Frontalmente. Non per  vie indirette, chiedendo scusa. Voglio ottenere più di quanto mi era stato promesso in partenza. Non voglio che mi zittiscano. Non voglio che mi aprano per gonfiarmi i seni. Non voglio avere un corpo di ragazzina longilinea a poco meno di quarant’anni. Non voglio sottrarmi al conflitto per non svelare la mia forza e rischiare di perdere la mia femminilità.

 


 

In un articolo/recensione di di una testata che non dirò ho trovato questa descrizione su Virginie Despentes: “Un’ esistenza difficile, quella di Virginie Despentes, 37 anni, i capelli biondi, lisci, la faccia anonima: segnata dalla violenza”. Ecco, non so che intervista hanno visto (vi invito a guardare quella fatta da Broadly). In ogni caso permettetemi di correggere:

Una sigaretta dopo l’altra. Ti guarda di sottecchi, borse sotto gli occhi. La schiena incurvata, le ciocche bionde che si flettono sulle spalle, la postura di chi la parola non la chiede, non sussurra “per favore” o “scusa” per averla, se la prende e la sbatte in faccia. Il tatuaggio dei Motörhead, le mani ingioiellate.

Virginie Despentes femminista punk radicale. Ammaliante, tremendamente ammaliante, per la sua aurea di potere, un potere che si dovrebbe avere di diritto, quello del controllo della propria persona e delle proprie parole. Non è dato dalla ricchezza, dall’impiego, da un capitalistico ruolo, quel potere te lo guadagni da dentro e uscendo dagli schemi sociali. Lei sa chi è e che cosa vuole.  Nessun sorriso imbarazzato, nessuna fuga dal contatto visivo. Ascolta, parla, provoca e distrugge.

 


 

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