“La casa dei ricchi” di C. E. Gadda (Microgrammi Adelphi)

Le prime notizie sul Pasticciaccio di Gadda risalgono al 1945. Dal 1946 al 1947 inizia ad essere pubblicato a puntate, o meglio «tratti», sulla rivista «Letteratura» (nello specifico dal capitolo 1-5). Poi l’interruzione, le uscite vengono soppresse. Ma il Pasticciaccio non passa inosservato, infatti tra il ’47 e il ’48 lo scrittore inizia la stesura della sceneggiatura per una trasposizione cinematografica, prodotta da Lux Luci con il titolo Il palazzo degli ori. Il film non fu ma realizzato, ma il fatto di trasformare il romanzo in film richiese uno sforzo non indifferente all’Ingegnere: che la trama, il plot vero e proprio, si concludesse.

Questo è il punto della questione. Quer pasticciaccio brutto de via Merulana è stato indicato ad oggi come un giallo senza risoluzione, l’ennesima opera condannata al non finito (la croce che Gadda si porterà sia nella vita sia nella sua produzione letteraria). Nel ’53 Gadda stipula l’accordo con Garzanti che acquista i diritti sul libro (aggiungendo la seconda parte mancante, ossia i capitoli 6-10). Dunque, cosa è questo breve libricino inedito fino ad oggi? La casa dei ricchi è un sunto della vecchia sceneggiatura ridotta all’osso, da 80 a 20 pagine – come spiega Giorgio Pinotti, tra i curatori delle splendide edizioni dei testi gaddiani editi da Adelphi – per la stesura di uno sceneggiato minore.

la casa dei ricchi gadda

È importante sottolineare come appunto fu sempre fatto notare che il giallo gaddiano mancasse dell’aspetto fondamentalo: la sua risoluzione. Il genere ha un suo schema fisso e molto ben decodificato, prevede il caso, la suspense crescente delle ricerche, l’individuazione del colpevole che viene consegnato alla giustizia. Nel giallo il male viene fermato, l’assassino diventa il capro espiatorio, e come insegna Aristotele per la tragedia, può avvenire finalmente la catarsi. Ma una volta addentrati nella lettura del Pasticciaccio è chiaro a tutti che Gadda è un profanatore – recuperando un concetto di Agamben[1] –  del genere: l’incompiuto è una scelta ben precisa, non una casualità. Perché fondamentalmente Gadda pone un problema a monte: «c’è la prova della colpa – e la prova è irrefutabile –, ma è problematica l’assegnazione della colpa»[2]. Nella famosa intervista con Dacia Maraini infatti Gadda dirà: «Il Pasticciaccio l’ho troncato apposta a metà, per il “giallo” non deve essere trascinato come certi gialli artificiali […]. Ma io lo considero finito. Sì letterariamente concluso».

Perché fare queste premesse? Come scrive Pinotti nella postfazione, Interludio giallo, il problema per il lettore di fronte al Pasticciaccio è quello di doversi destreggiare tra «l’instabile attenzione allo scheletro della narrazione» e «la mostruosa amplificazione del dettaglio». Infatti, a chi è interessato a risolvere il giallo gaddiano, per giungere alla soluzione sarà richiesto: «uno sforzo analitico e mnemonico davvero sconcertante»[3], proprio perché l’indizio risolutore è sommerso dalla densissima e mostruosa attenzione al dettaglio. Distruggendo ogni unità, tenuta insieme prima dalla logica (fittizia) lineare di causa-effetto, l’Ingegnere porta la narrazione a disgregarsi in una realtà che è maglia o rete a dimensioni infinite, in cui la logica è quella del gomitolo, o gnommero, di concause che producono non uno, ma più effetti.

Inoltre, Gadda si era appuntato mentre studiava Leibniz (studi, quelli filosofici, incompiuti anch’essi): «ogni discorso, ogni immagine o concetto o giudizio, in genere ogni composizione […] può avere un suo segreto ordine, una ragione di sintesi che al lettore può non apparire»[4]. Il segreto ordine sfuggirà sempre e l’indagine, allo stesso tempo, deve fondamentalmente adempire al proprio destino di fallimento.

Ma nel momento in cui Gadda deve realizzare la trasposizione cinematografica è dunque costretto a dare al pubblico la soluzione del caso (oltre che, per scopi pratici, piegarsi a una prosa piana, paratattica). Una volta liberato il Pasticciaccio dal quel segreto ordine resta lo scheletro, il plot, e finalmente lo scrittore può dar vita a quello che il romanzo non gli permetteva: la soluzione appunto, la catarsi. Ma soprattutto Gadda ha modo di dimostrare come il giallo sia, in effetti, «letterariamente concluso». Così emerge nuda e cruda la psicologia dei personaggi, mossi dal denaro e dal desiderio, dalla cupidigia e dalla bramosia, mostrando i due volti della stessa medaglia: nessuno agisce con disinteresse. I poveri vogliono il denaro e lo ottengono soddisfacendo il desiderio dei ricchi, viceversa i ricchi esaudiscono i loro desideri (sesso o maternità) pagando. Le pietre, i gioielli, che nel romanzo produrranno uno dei passi più vertiginosi e superbi della letteratura gaddiana (5 pagine sulla loro genealogia), al centro dell’occhio freudiano dello scrittore, sono la moneta di scambio e infine movente dei crimini che si abbatteranno a Via Merulana qui civico 119, nel romanzo 219.

Adelphi nella nuova collana Microgrammi, alla quinta pubblicazione con La casa dei ricchi, offre ai lettori due possibilità dunque (come doppio è il giallo che racconta): per chi ha già letto il Pasticciaccio finalmente veder dipanato il giallo con maggior chiarezza, soprattutto se il «ripentirsi, quasi» finale ha prodotto spaesamento (invece per chi ha studiato Gadda può essere un interessante documento filologico sull’evoluzione del romanzo) e per chi invece deve ancora leggerlo, e sta rimandando, potrebbe essere un buon inizio, con il compromesso di lasciarsi svelare la trama, che in realtà è l’aspetto minori di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, per poi abbandonarsi più consapevolmente a uno romanzo il cui stile, lingua, narrazione lo rendono uno dei più grandi capolavori della nostra letteratura.

 


Dove acquistare i Microgrammi: Link

[1] Giorgio Agamben, Profanazioni, Milano, Nottetempo, 2005.

[2] Romanzo poliziesco di Guido Guglielmi (Link)

[3] Il nodo della rete di Ferdinando Amigoni (Link)

[4] Leinbniz di Mario Porro (Link)

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