Crea sito

“La minuscola” di Mario Valentini (Exòrma)

Editore: Exòrma

Anno: 2018

Pagine164

Prezzo: 14,90 €

 

La minuscola è una delle ultime uscite 2018 della casa editrice romana Exòrma, per la meravigliosa collana quisiscrivemale.

È un romanzo il cui genere d’appartenenza sfugge da possibili definizioni e dalle categorie vigenti del nostro panorama letterario italiano. Potrebbe definirsi un racconto autobiografico, pur non mancando elementi di finzione, in cui l’esperienza di vita si fa scrittura.

È raccontata la storia di un padre, scandita da un prima e un dopo e, in linea con queste due realtà, il tempo del racconto si sdoppia insieme alla stessa voce narrante. Se da un lato il protagonista prende parola e racconta la vita prima dell’arrivo della “minuscola” – in particolar modo della sua rocambolesca quanto precaria esperienza lavorativa – dall’altro alterna brevi e brevissimi brani nei quali si rivolge a un “tu” che lo ritrae dopo, quando si relazione per la prima volta con la neonata, una realtà così minuscola, appunto, ma capace di sconvolgergli totalmente l’esistenza e la sua visione del mondo.

L’io e il tu, il prima e il dopo, corrono paralleli, si scambiano di posto, sono due fili diversi, ma intrecciati che, con delicatezza, alternano due punti di vista diversi che guardano però alla stessa esistenza. È un romanzo ricco di citazioni letterarie, sparse in una prosa semplice, pacata, dal linguaggio medio, ma venata di un’ironia pungente capace di dipingere la quotidianità con tinte comiche. Non è un romanzo che ricerca gli echi forti della commedia o della tragedia, galleggia nel mare che separa questi due estremi, mostrando con sguardo placido e sensibile gli sconvolgimenti che costellano la quotidianità, che contraddistinguono due realtà onnipresenti nella vita di quasi tutti gli esseri umani (il lavoro e la genitorialità), senza alzare mai la voce, anzi depositando tra le righe il sorriso di chi accoglie il cambiamento con serenità e con un pizzico di ironia.

 

§

 

Ho avuto modo durante #PLPL18 di poter intervistare Mario Valentini e porre alcune domanda sul mondo de’ La minuscola. Rigrazio Exòrma per avermi dato questa occasione e lo scrittore per aver speso il suo tempo in mia compagnia.

 

Lei è nato come scrittore di racconti, mi chiedevo se la forma breve avesse influenzato la stesura de La minuscola che, in effetti, presente delle forme che potremmo definire “chiuse”, proprie delle short-stories.

 

Questo è il secondo romanzo che ho scritto, il primo è uscito sei mesi fa. Ho iniziato scrivendo solo raccolte di racconti, brevi o brevissimi. Ad esempio, il primo libro che ho scritto, si intitolava Voglia di lavorare poca, composto da micro-racconti di otto righe, al massimo sedici, che raccontavano la storia di vari personaggi legati dalla loro esperienza lavorativa disastrosa. È stato definito scomposto, ma c’era un filo – una voce che dice “io” – che lega tutti i ritratti dei personaggi.

Distinguo due fasi del mio lavoro: nella prima produzione ho perseguito una scrittura molto libera, sempre progettuale, però in sessioni che si aprivano e si chiudevano immediatamente; nella seconda ho iniziato a scrivere cose diverse e diversamente, ma senza dimenticare i percorsi precedenti.

Ad esempio, nel primo romanzo, possono essere individuati tre macro-racconti, saldati insieme. Poi, appunto, ho cominciato a scrivere diversamente, perché nel momento in cui hai un racconto da sviluppare a lungo devi sospendere e riprendere il giorno o due giorni dopo.

Il caso de’ La minuscola è un po’ diverso, ci sono due tempi del racconto e due modi di scrittura diversi e, infine, c’è il modo per farli convivere. Anche qui vi è la doppia fase di lavoro: quella della scrittura e quella della trama, ma quest’ultima non la intendo come una vulgata. La intendo alla vecchia maniera, è quella dei tessuti, che hanno un ordito e, appunto, una trama: c’è un filo, un disegno del racconto, ma poi c’è un modo di mettere assieme le parti che bisogna immaginare come una sorta di piano e su questo piano, in qualche modo, giochi a intrecciare le relazioni segrete, sottostanti o evidenti. Quindi questo lavoro di intreccio è quello che mi ritrovo a fare sempre dopo e anche in questo caso ho fatto. Perché, come ho già detto, i tempi di scrittura sono duplici.

 

Proprio riguardo a questa duplicità della scrittura, il romanzo si dicotoma tra i momenti di confronto con questa “minuscola”, in cui la voce narrante si rivolge a un “tu” (creando una sorta di effetto di straniamento) e i momenti in cui c’è il racconto di uno spaccato di vita del protagonista, in prima persona singolare. Quest’ultimo è il racconto di un uomo che riesce a unire le sue due grandi passioni, ossia la letteratura (davvero interessante il capitolo Scrittori e figli) e la bicicletta, con il lavoro – altra tematica centrale – in cui la narrazione si fa maggiormente lineare.

 

Questo libro è sicuramente legato alla paternità, ma non vorrei che l’esperienza della paternità schiacci la dimensione letteraria, in particolar modo l’andamento comico che è proprio della mia scrittura, è quello in cui io sono nato e cresciuto come scrittore, praticando per l’appunto un’ironia più o meno sottile.

L’elemento della composizione letteraria per me, anche se forse non si percepisce, è forte non solo nel richiamo agli scrittori-padri e non solo nel richiamo ad un’esperienza lavorativa che mi ha dato da vivere (ad esempio i corsi di scrittura che tenevo o per le collaborazioni editoriali come viene raccontato), ma per la dimensione della scrittura stessa. Il tu è paradossalmente l’aspetto più autobiografico, invece quando si dice “io” è la cosa più finta e romanzesca. Quando si dice “tu” è veramente d’impatto immediato, infatti i pezzi in seconda persona singolare sono quasi diaristici, per questo si ha anche il senso della frammentarietà dell’esperienza della paternità. Si esprime tutta la difficoltà a dare un senso a ciò che sta succedendo, a dare una collocazione, a spiegare la gioia e lo scombussolamento che causa. A livello di scrittura, nella mia personale esperienza, la dimensione del racconto straniante è stato sempre fondamentale. È quella pratica per cui tu guardi per la prima volta qualcosa e, nel mio caso specifico con la paternità, è stato inevitabile prima come esperienza letteraria che come esperienza di vita. Lo stesso è successo quando mi sono trasferito in una nuova città, dalla novità dell’esperienza sono nati un paio di libri. Perché di fronte a ciò che ti è noto, tenti di approcciarti in una maniera non consueta, e questo lo fai appunto perché ci provi; figurarsi quando ti si ha di fronte qualcosa di totalmente nuovo. Hai un regalo dal punto di vista letterario. Infatti, quelle de’ La minuscola sono pagine che in qualche modo hanno una dimensione che va decisamente al di là dell’esperienza diretta, anche perché io ho fatto grandissima attenzione a setacciare ogni rigo, a togliere tutto ciò che poteva essere totalmente personale o non condivisibile sul piano narrativo.

L’io è un tempo diverso perché è stato scritto in un momento diverso, intrecciando appunto le pagine che avevo allontanato attraverso il tu, per farne qualcos’altro. Il nome di mia figlia non c’è, i nomignoli che gli do non ci sono, c’è tutta una riflessione sul nome, ma quello è racconto. Quando dico “io”, lì c’è la dimensione romanzesca, perché è stata pensata in una fase successiva.

Come ho detto prima uno dà l’ordito, mentre l’altro intreccia la trama e in questa maniera si forma il tessuto del racconto. Nelle pagine in cui dico “io” ho giocato molto con la narrazione, perché ricostruisco un’esperienza autobiografica ma con un alto livello di finzione e quello è l’arco romanzesco, quindi capisco che si ha la percezione di parti più chiuse in sé, quasi come brevi racconti.

 

Si sente durante la lettura questa angoscia dell’irreversibilità, soprattutto quando il padre spiega alla bambina il principio dell’entropia. Ho trovato interessante che, in esergo al romanzo, è citato un passo de’ La cantina di Thomas Bernhard, in cui viene ribadito come nulla sia sicuro, di come l’uomo vado avanti per illusioni. In effetti il protagonista sembra vivere di sogni, fino a quando c’è l’impatto con la realtà, segnato dall’arrivo della figlia. In questo impatto con la realtà emergono tematiche senz’altro d’attualità, l’idea che non si possa più vivere di sogni, o meglio che i sogni sembrano essere solo pure illusioni. C’è un senso di rassegnazione, ma anche in quella rassegnazione c’è il tentativo di trovare una nuova dimensione che può diventare fonte di nuova felicità, ma anche di…

 

Fatica, sì c’è molta fatica. C’è la dimensione del lavoro precario assolutamente, desiderato, voluto, che ti consente di illuderti e di essere in una costante condizione di cambiamento personale, solo che a un certo punto non ti è più consentito, anche se questo è un inganno. È vero la precarietà dà la possibilità di reinventarsi sempre, può essere una bella cosa, ma è anche una bugia che ci hanno raccontato, costruita a tavolino attraverso politiche del lavoro che negli ultimi anni sono diventate massicce e che hanno portato all’invenzione di una serie di lavori temporanei. Negli anni ’90, finita l’università, ma anche durante, ho sempre lavorato; era il tempo in cui è stata varata la legge Biagi, elaborate nuove formule del lavoro, in cui è iniziata la lotta massiccia da parte del governo ai contratti a tempo indeterminato: è stata fatta una propaganda vera e propria secondo la quale si poteva sempre cambiare e reinventare il lavoro, quando l’unica controindicazione è che chi ha la mia età e ha fatto degli errori tattici durante la sua vita pur essendo formato, è rimasto o a margine o, per necessità di vita, ora si trova realmente in difficoltà. Io ho avuto una fortuna, che mi ero anche cercato in realtà, ossia quella del concorso per l’insegnamento. Quello è stato il momento in cui ho potuto porre fine alla precarietà.

Per quanto riguarda la dimensione del sogno e della realtà, forse non lo definirei sogno, ma più un modo di guardare le cose per il quale cammini sollevato dieci centimetri da terra e in qualche modo i tuoi pensieri si nutrono di immaginazione, della dimensione del fantasticare. È una dimensione che ho sempre ammirato in tanti autori e che ho cercato di fare un po’ mia.

Io sono grato al lavoro che faccio oggi e che ho evitato per tanti anni, ossia l’insegnamento, così come sono grato della paternità. Mi hanno insegnato a tirar fuori degli aspetti nascosti, ad essere sul momento, essere reattivo, e questo è una dimensione avventurosa della vita, anche questo fa parte di quell’esplorazione dell’ignoto che, forse, è la natura prima del raccontare. L’avventura può esserci nella quotidianità, nel mio lavoro come nella paternità vivo in una soglia: quella della trasformazione.

 

Una domanda che uno scrittore non si vuole sentir dire, ma che spesso i lettori chiedono per potere inquadrare il libro che hanno di fronte. Può essere riduttiva e generica, ma utile al pubblico. Come definirebbe il suo romanzo?

 

Mi viene difficile, perché ho paura che venga travisato. Quello che voglio evitare sono proprio le definizioni. È un romanzo probabilmente che si libera di ogni definizione, una scrittura di confine, sempre al margine.

Back to Top