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“La notte dell’uccisione del maiale” di M. Szabó

La notte dell’uccisione del maiale.

Se ognuno di noi rendesse pubblico quel che nasconde, dove andrebbe a finire il mondo!

 

A volte basta una frase, detta con quel tono affettato, pronunciata a mezza bocca per stroncare una conversazione fastidiosa, ad illuminare un intero romanzo. Una massima, un’espressione proverbiale reticente all’approfondimento, prosciugata quasi del suo senso, un grande ovvietà che nessuno vuole sperimentare o esperire, in fondo, per non confrontarsi con le zone d’ombra dell’intelletto e della psiche umana che a volte celano l’opposto dell’umano, quello che forse definiremmo disumano appunto, ma che parte dell’umano è. Quando il pensiero sottratto all’etica, liberato da una cattività sociale imposta, viene tradotto in parola e lasciato depositare sulla carta per rimanere impresso, l’omertà e la reticenza depongono le armi difensive per lasciare spazio al vero più vero, ed ecco che allora si consuma la strage dei rapporti umani assassinati dal crudele, dall’impietoso, dal sanguinario bisogno di sopraffare e annientare l’altro.

 

Nel 1955, nella provincia ungherese, si consuma così la tragedia umana universalmente rappresentata da due famiglie: i Tóth e i Kémery. Ma sullo sfondo, onnipresente ed incombente, la Storia, quella politica, di un paese le cui scelte ricadono sul destino dei singoli, gli unici che alla fine devono confrontarsi e venire a patti con le dovute conseguenze. Il comunismo, l’URSS, la collettivizzazione forzata delle terre, la statalizzazione dell’istruzione, l’ateismo coatto, un coacervo di forze che hanno completamente sconvolto e ribaltato la condizione economico-sociale delle due famiglie.

La notte dell’uccisione del maiale è un romanzo corale, di un coro dissonnante, in cui ogni voce si considera solista e pronta a soverchiare le altre. Magda Szabó lascia che il pensiero di ognuno scorra liberamente, riveli sé stesso senza infingimenti, senza compromessi, libero di raccontarsi e svelarsi non tanto per mostrare ciò che fa, ma ciò che realmente è. Cogito ergo sum che unisce il pensiero con l’esistenza, qui si specifica nella constatazione che ciò che pensiamo è ciò che realmente siamo.

La scrittrice non ricerca virtuosismi, perché il virtuosismo già risiede nei moti dell’animo che prendono parola e lasciano un senso di mostruosità e deformità, senza mai trovare espressione nella realtà, eppure sentiamo come siano profondamente veri. Tutto quello che è pronunciato, non è pronunciato realmente, scorre dentro e dentro rimane. Ed ecco, il colpo da maestro della scrittrice, la scelta di lasciar parlare i suoi personaggi in presa diretta – lunghi ed estenuanti, mai nella forma ma nel contenuto, flussi di coscienza – senza alcuna distanza o filtro, comporta l’istituzione di un conciliabolo composto dal personaggio e dal lettore, che irrompe nella vita di altri senza linee guida (l’albero genealogico che introduce il libro è quanto mai necessario, la scrittrice non presenta e verosimilmente i personaggi pensando non si introducono). Il lettore è testimone silente e, alla fine, complice in quanto umano che nell’umano si riflette, per quanto detestabile e intollerabile.

Ogni speranza viene cancellata e se la risposta agli eventi del singolo personaggio non è l’odio, allora resta la sospirata rassegnazione o la stolta ingenuità, che non ricevano alcuna clemenza dal pessimismo impietoso della penna che li ritrae. Questa è una storia che convoglia i pensieri, ma soprattutto i ricordi che si manifestano sotto forma di fantasmi, presenze che tornano e ritornano, perseguitano e tormentano, vuoti d’aria che nell’assenza trovano la loro ragione, virtuosi o viziosi che restano depositati tra le mura della casa o del giardino, fermi in un passato che appare sempre più un Eden ormai perduto. E in questa vessazione l’umano capitola e lascia spazio all’oscuro: rancore, rabbia, sdegno, rivalsa, disprezzo, livore e odio. È un’estenuante lotta fra parti schierate, genitori e figli, fratelli e sorelle, uomo e donna (con una sopraffazione del matriarcato sul patriarcato: «Non era una brava persona lui – era una persona debole. Jolán era forte. Vilma era forte. Pólika era forte. Le donne erano forti»), un bipolarismo che nei suoi continui cortocircuiti neutralizza la riconciliazione, lasciando campo aperto all’incomprensione e all’intolleranza.

Il tormento di una vita diversa, non voluta, rigettata ma obbligatoriamente sopportata, la cui diversità è da imputare alla Storia o alle scelte degli altri, un tormento sempre pronto a non confrontarsi con sé stesso, a girare i quadri per non vedere i volti, a sbarrare le porte per non lasciare entrare nessuno, a sminuire l’altro per non guardare sé stessi, ad architettare stratagemmi per non affrontare le conseguenze delle proprie decisioni.

E il maiale, in attesa del suo sacrificio, che appare sempre più come il martire pronto a farsi carico del male dell’uomo, della famiglia, del genere umano intero, per liberarlo, ancora una volta, delle sue colpe. O forse no.

 

La notte dell’uccisione del maiale è stato il mio primo incontro con Magda Szabó, riconosciuta come una delle più grandi rappresentanti della letteratura ungherese e, secondo me, una delle più grandi voci del Novecento. Ringrazio edizioni Anfora per avermi dato la possibilità di leggere questo romanzo, il secondo per ordine di pubblicazione. Ora voglio recuperare tutto il resto.


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