Crea sito

“La Superba” di Ilja Leonard Pffeijffer (Nutrimenti)

Editore: Nutrimenti

Anno: 2018

Traduzione (a cura di): Claudia Cozzi

Pagine: 335 p.

Prezzo: 18,00 €

La Superba di Ilja Leonard Pfeijffer, edito Nutrimenti, caso letterario, vincitore del Libris Literatuur Prijs, il più importante riconoscimento letterario olandese (il corrispettivo del nostro Premio Strega), è stata una lettura che esula dalla mia comfort zone. Ben vengano queste tipologie di libri che permettono di capire meglio i propri gusti, di definire i contorni che dividono ciò che ci piace e ciò che non ci piace, ma La Superba è un romanzo che è riuscito a fare qualcosa in più. Con chiarezza ha illuminato i miei limiti. I limiti che ho, come lettrice e come persona, di fronte al grottesco tendente all’osceno, alle tinte forti della sessualità, rivelando una pudicizia che non pensavo di avere, almeno come lettrice. Mi ha aperto gli occhi su realtà degradate, indigenti, quegli aspetti verso i quali scatta un’inconscia e incontrollata risposta dell’organismo per cui “se non vedo, non esiste”. Questo romanzo è uno strattone forte e privo di esitazione che costringe il lettore a guardare il lato oscuro della società, della mentalità occidentale e del desiderio proprio dell’essere umano. Terminata la lettura ho avuto un moto di stizza, di repulsione per poi rendermi conto che la mia reazione è frutto di una classica mente perbenista borghese e questo mi è dispiaciuto. Non è un romanzo che farà parte delle mie letture preferite, ma è un romanzo che è riuscito farmi conoscere meglio me stessa.

La Superba potrebbe essere definita un’autofiction: il protagonista infatti ha lo stesso nome dello scrittore. Come lo scrittore, è un poeta che dall’Olanda ha deciso di trasferirsi permanentemente a Genova. Ma ogni tentativo di sovrapposizione sarebbe errato. Ilja Leonard Pfeijffer de’ La Superba guarda con l’occhio critico del pensatore i personaggi che affollano le strade della città, in particolar modo i clienti del famoso Caffè degli Specchi, carpendone discorsi e raccontandone le storie. Ma soggetto privilegiato del racconto è la stessa città Genova, una città in cui il contrasto è l’elemento d’identità, che alterna nel giro di pochi metri edifici storici e vicoli fetidi. Un organismo che si sente respirare e di cui illustra tutti i segreti più reconditi, soprattutto i peggiori. La città si trasforma presto in un labirinto, di cui lo scrittore prova strenuamente ad orientarsi, ma la città, soprattutto di notte, cambia, confonde, illude. È una città che non si può possedere, ma semplicemente vivere, accettandone ogni sfumatura possibile.

La Superba ha una struttura che si potrebbe definire teatrale: diviso in tre atti in cui il poeta-scrittore racconta le proprie peripezie dovute all’eterno inseguimento di una donna sfuggente: Giulia, la ragazza più bella di Genova. Nel suo vagare (o meglio perdersi) per le strade della città, il protagonista racconta la propria storia e quella degli altri personaggi che gli gravitano intorno. Un vero e proprio palcoscenico grottesco e allucinato, rivelando i particolari più reconditi e scabrosi: dalle esperienze erotiche che non nascondono una fame priapesca all’espressione di un machismo sessista, dalle difficoltà con la burocrazia italiana allo scontro con la Mafia, dall’apparizione di fantasmi dal passato fino al grottesco incontro amoroso con una gamba mozzata. Tra i tre atti si inseriscono due intermezzi, in cui i personaggi prendono parola raccontando la propria storia. Due personaggi speculari, giustapposti, Don e Djiby, che dietro al racconto della propria storia celano il senso di tutto il romanzo.

Ilja Leonard Pfeijffer, con La Superba, decide di indagare la terribilità del perdersi nell’illusione di una fantasia.

Il problema centrale sta nel fatto che c’è chi può permettersi di fantasticare e chi viene schiacciato dal peso dei suoi stessi sogni. Chi può sbagliare perseguendo l’illusione di un sogno e chi, una volta compiuto il primo passo falso, segna inevitabilmente la propria sconfitta e rovina. Proprio da questa riflessione, l’attenzione del lettore viene tutta proiettata verso gli stranieri, gli immigrati. È un tema attualissimo che viene trattato in una maniera poco convenzionale, perché lo scrittore ritrae tanti stranieri, tanti immigrati, e all’interno di questa stessa categoria distingue i privilegiati e non: gli expat, dal nord, e gli immigrati, dal sud. Soprattutto per quest’ultimi, il peso dei propri sogni è insopportabile, persi e perduti ormai nella prospettiva di poter dare una svolta positiva e radicale alla propria vita e, nell’illusione che questo possa accadere in Europa, una volta giunti (dopo viaggi mostruosi) vengono rinchiusi in un limbo in cui non possono tornare indietro e possono solo sopravvivere, per vivere.

Come ha spiegato l’autore nella presentazione al libro a #plpl18:

“Genova è tutta una metafora dell’Europa vista dagli immigrati: invitante ma impenetrabile”

 

 

La prima domanda che vorrei porle non è tanto inerente specificatamente alla trama, quanto alla struttura del libro, perché non è facilmente catalogabile in un unico genere. Il suo romanzo non è semplicemente un romanzo, non è solo una sorta di autofiction, ma mi viene quasi da definirlo una sorta di romanzo teatrale con questi tre atti e nel mezzo i due intermezzi “musicali”. Quindi volevo chiedere come mai di questa influenza drammaturgica o in generale, il perché di questa struttura.

È stata soprattutto la storia che mi ha costretto a pensare a questa struttura, non è qualcosa che avevo progettato prima e poi riempito con la scrittura. Mentre stavo scrivendo mi sono reso conto che poteva essere funzionale una struttura del genere. Mi era abbastanza chiaro che questa storia si dividesse in tre parti con in mezzo una parte che potremmo definire un po’ comica, per poi tornare alla tragedia. Aggiungendo poi questi due intermezzi che si specchiano.

Un po’ tutto il romanzo si muove per contrasti, come è anche la città di Genova, una città di contrasti, di chiaroscuri:

La città stessa è un contrasto, è una città tra mari e monti, ma questi contrasti li vedi tra gli abitanti perché nello stesso vicolo puoi trovare l’aristocrazia e le bagasce, i topi sotto i tacchi spillo.

Ma anche nella scrittura c’è questo contrasto tra parti liriche e altre che tendono al turpiloquio.

È una cosa che cerco anche in altri miei libri, mi piace usare tutti gli strumenti dell’orchestra e tutti i colori che si trovano sulla paletta.

Attraverso i due intermezzi è riuscito a fotografare due realtà molto diverse, ma analoghe nella condizione. In questo caso sembra che queste due storie meritassero di avere una trattazione a parte rispetto alle altre, tant’è che rispetto ai tre atti il protagonista sembra mettersi tra le quinte.

Il protagonista, sì, si mette in un secondo piano, è vero. C’è anche una tecnica narrativa diversa, gli altri capitoli sono più episodici, aneddotici, non c’è una semplice storia lineare, è una storia che cambia. Negli intermezzi invece la storia è più lineare e infatti la narrazione si rispecchia. I due protagonisti, Don e Djiby, hanno le stesse iniziali e tutte e due cantano una canzone, tranne che Don canta quando è felice e ubriaco, Djiby quando ha paura. Poi ovviamente c’è il contrasto più forte che puoi immaginare… Don, poi, tra tutti i personaggi che hanno a che fare con il tema dell’immigrazione è l’unico che ha avuto successo, lui che ha trovato un posto nella città nuova ed è riuscito ad essere amato. Paradossalmente però, è riuscito a farlo non adattandosi, lui ha fatto una caricatura di sé stesso non voleva appartenere alla città. Secondo me anche nella realtà è così, lo vedo anche in un modo cinico nel quartiere senegalese di Genova. Ad esempio, quando c’è una giornata di festa musulmana e vedi gli stranieri vestirsi con i costumi tradizionali, cantare e ballare, in quel caso vengono amati e apprezzati dai genovesi, cioè nel momento in cui sono una caricatura dell’Africa. Quando invece vogliono appartenere, integrarsi, ecco che diventano un problema.

Quando ho scoperto che Don è realmente esistito, mi sono chiesta quante cose fossero vere e quante invece fossero inventate, ma spesso si dice che la fantasia superi la realtà e sia più vera del reale.

È vero, anche se l’unico personaggio veramente così è Don. Anche l’altro intermezzo è una storia vera, ma è il frutto di una rielaborazione di tante storie vere. Ho fatto tante ricerche per quel capitolo, non mi sono inventato nulla purtroppo. Solo Djiby non esiste, ma quella che racconta è vero.

Per il resto è tutta una finzione, sì senza ombra di dubbio ci sono personaggi ispirati alla lontana. Solo che il palcoscenico è molto realistico e quello volevo descrivere, volevo essere esageratamente corretto ad esempio nominando i singoli vicoli e strade della città.

Un’immagine che torna spesso è anche quella del labirinto, un po’ per come è la città stessa con le sue strade, stradine, vicoli e viuzze; però può rappresentare anche un atteggiamento di vita, il volersi perdere nel mondo…

Sì, è proprio così, anche a livello letterario il labirinto funzione come una metafora per questo perdersi nella fantasia.

Altro tema centrale è quello della fantasia e dell’illusioni che nascono dal troppo fantasticare, aspetto che diventa tragico quando si tratta degli immigrati. Nel momento in cui ha scelto di dedicare un romanzo su Genova aveva intenzione di parlare dell’immigrazione?

Sì, quasi subito ho iniziato a scrivere su Geneva e sarebbe stato strano non scrivere su una città che mi aveva colpito tanto. Ci sono arrivato per caso e me ne sono innamorato. Non c’era nulla di programmato, mi sono preso un appartamento per due mesi e poi sono diventati dieci anni. Avevo iniziato a raccogliere materiale sulla città finché non ho capito bene quale libro la città volesse da me. Poi sempre di più mi sono reso conto che proprio per la caratteristica fondamentale, storica, di Genova, il libro dovevo parlare del tema dell’immigrazione. È una grande città portuale, una città di arrivo e di partenza, dalla quale sono partiti i crociati per la guerra santa, milioni di italiani a cavallo tra ‘800 e ‘900 per realizzare il sogno di avere una vita migliore oltreoceano e ora è il punto di arrivo di tanti migranti. Anch’io sono immigrato, ma c’è un contrasto tra quelli che vengono da nord e quelli che vengono da sud. Un contrasto molto ingiusto. Un romanzo ambientato a Genova doveva basarsi su questo. È un tema che ovviamente che ha tanto ha che fare con la fantasia, perché ogni immigrato è partito con la fantasia di trovare una vita migliore e quella fantasia è una proiezione come l’amore del protagonista per la ragazza più bella di Genova, che poi viene rifiutata dalla realtà e lo stesso avviene con i migranti. Accade, appunto, anche al protagonista che volendo trovare il sogno kitsch della dolcevita italiana, questo viene rovinato dalla realtà.

Infatti, nel romanzo sono tante storie che si incastrano per poi restituire la realtà, il labirinto della vita in generale, che un luogo può rievocare sia facendo uso della fantasia sia attraverso ciò che quel luogo realmente è.

Sì e alla fine questo luogo non è la cosa più importante, posso dire che è un romanzo su Genova, ma per tanti altri aspetti non è un romanzo su Genova. È un romanzo sull’immigrazione, sul perdersi nella fantasia ed è anche un romanzo su tante questioni di identità che sono connesse con questa fantasia. Anche per questo il protagonista perde la propria identità, è qualcosa di sconvolgente il fatto che cambiando posto, cambi anche la tua persona.

Ho notato un intento a voler destabilizzare il lettore confrontandolo con il diverso, cosa che non si trova spesso nei romanzi, visto che spesso si tende a compiacere le aspettative del pubblico; quando qui l’intento è esattamente il contrario, porre il lettore di fronte a situazioni grottesche e farlo sentire a disagio.

È quello il mio compito. Scrivere per il pubblico è kitsch, confermare tutto quello che il lettore pensa di sapere, non è interessante. Il pensiero e il cambiamento di pensiero nasce proprio dal disagio, da uno sguardo nuovo, dalla sorpresa e secondo me tutta l’arte offre un tipo di sorpresa che ti cambia lo sguardo anche solo per un attimo. Vale l’arte in generale, non solo per la scrittura, ti deve sconvolgere. Se non c’è questo elemento non vale la pena alzarsi dal letto.

 

 

 

 

 

 

 

Back to Top