«La vita involontaria» di Brianna Carafa (Cliquot)

 

foto Brianna Carafa

Brianna Carafa nasce nel 17 giugno 1924 da una nobile famiglia napoletana, si trasferisce poi a Roma per studiare architettura e psicologia, divenendo psicanalista. Cresce in un ambiente ricercato ed elegante, ma soprattutto caratterizzato da figure femminili forti ed emancipate. Dopo la morte prematura della madre, a causa di un incidente aereo, viene cresciuta dalla nonna, Marianna Freankestein Soderini, impegnata nella lotta suffragista per il diritto di voto delle donna e cara amica di Benedetto Croce.

Carafa inizia la sua carriera letteraria scrivendo poesia, pubblica con Carucci nel 1957 la sua raccolta Poesie, poi qualche racconto per la rivista Botteghe Oscure e infine la prosa: prima «La vita involontaria» poi postumo «Il ponte nel deserto», entrambi pubblicati per Einaudi. Con il primo già raggiunge il riconoscimento e una buona dose di successo grazie alla candidatura al Premio Strega del 1975. Un successo fulmine, una cometa, a guardare il lascito della critica italiana, colpevole di un’indifferenza ingiustificata nei suoi confronti (come di tante altre scrittrici del Novecento). A oggi, a meno che mi sia sfuggito qualcosa, non si trova alcun contributo critico accademico, solo qualche recensione sui giornali, soprattutto dedicate al suo romanzo di esordio, i complimenti alla scrittura, alcune critiche per delle ingenuità proprie a qualsiasi romanzo di esordio.

Eppure, Brianna Carafa nel mondo intellettuale italiano aveva trovato una sua collocazione, prima nel gruppo formalista-marxista Forma 1, poi con la fondazione di una sua rivista poetica Montaggio con Mario Trevi e il fotografo Paolo di Paolo e stringendo amicizia con Elsa Morante, Donatella Zillotto, Valeria Moricono, Renzo Rosso.

Cliquot continua la sua splendida ricerca di recupero e riscoperta di penne dimenticate (consiglio spassionatamente anche «Viaggio di una sconosciuta» di Livia De Stafani), pubblicando «La vita involontaria». L’edizione si apre con un’interessante ed elegante prefazione di Ilaria Gaspari che introduce il lettore alle atmosfere del romanzo. Atmosfere che già al tempo Claudio Magris aveva paragonato ai «grandi e grigi libri della migliore letteratura mitteleuropea».

Rivista Montaggio


 

La storia è quella di Paolo Pintus, giovane ragazzo orfano cresciuto dalla docile zia Beatrice nell’inventata città di Oblenz. Polverosa, dal clima secco, qui vi incontriamo una giovane anima in via di sviluppo, che guarda ciò che lo circonda con il dolce e luminoso filtro della fantasia, dell’immaginazione, e il candore dell’ingenuità di chi attraversa il mondo sospeso di qualche centimetro da terra. E proprio come tutte le anime candide non ancora intaccate dal cinismo e dalle sovrastrutture sociali guarda con curiosità e non giudizio gli edifici soprannominati «i Tetti Rossi», evitati con particolare reticenza da chiunque vi cammini vicino. Un alto muro ne circoscrive il perimetro, un’imponente lamiera impedisce l’accesso, eppure quei Tetti Rossi sembrano esercitare un potere magnetico sul protagonista. E qui viene introdotta una delle prime e centrali tematiche del romanzo: la malattia mentale. I Tetti Rossi, fin da subito si capisce, è un manicomio. Ma la malattia mentale è parte della storia della famiglia dello stesso Pintus, che viene occultata da un omertoso senso di vergogna per una quale ragione di decoro e onore pubblico, la macchia nera di un’umiliante eredità che va rimossa con il silenzio e nascosta dietro le persiane della propria dimora.

Ma assieme ai Tetti Rossi un altro elemento rimbomba nelle prime pagine del romanzo, il suono delle sirene che in lontananza riecheggiano nella zona portuale di un mare che non verrà mai visto né descritto. Come giustamente fa notare Ilarai Gaspari, per queste sirene la Carafa: «lascia sospesa la precisazione, e così ci permette di lasciarci andare a immaginare che parli di donne con la coda di pesce». E tutti conosciamo quale eredità portino con sé queste figure mitologiche: quella del viaggio, ma soprattutto della conoscenza che qui corrisponderà al crollo di ogni forma di ingenuità infantile, di abbattimento di ogni tentativo di evasione, a fronte dell’accettazione della realtà. E infatti di un viaggio si parla, Pintus, persuaso dal sogno del migliore amico Gabriele di lasciare Oblenz per proseguire gli studi, parte per Vallona e si iscrive all’università. Questo è solo primo tassello che condizioneranno la sua esistenza, la volontà altrui che si insinua nella sua mente, un persuasore occulto che ne disegna il tracciato e rende la vita di Pintus appunto una sequela di scelte involontarie.

Ma è proprio a contatto con la realtà universitaria e con altre personalità che ha inizio il viaggio del protagonista che persegue le tappe del Bildungsroman, ma liberato dall’attaccamento dell’intreccio per sfruttare la trama come pretesto per questioni ontologiche esistenziali. Il libro, per quanto snello nel numero di pagine, è densissimo per la scrittura della Carafa (una certa cura a centellinare, lavorare, liricizzare) che non fa perdere di ritmo a quello che è un lungo monologo interiore. L’uso di una retorica ricercata, sostituisce alla spiegazione didascalica e asettica, la forza e la bellezza dell’immagine metaforica, mai scontata, anzi efficacissima che enfatizza un pensiero eccezionalmente profondo.

Nel racconto del complicato passaggio dall’adolescenza all’età adulta si delineano da un lato lo sguardo attento della psicanalista (quale appunto, come detto, la Carafa è) che conosce le fasi di crescita della psiche umana dall’altra una chiara riflessione sulle questioni esistenziali per quanto concerne i rapporti umani. Infatti, Pintus, in un primo momento, nella sua ingenuità, mostra una resistenza a voler leggere a realtà che lo circonda, riempiendo il vuoto lasciato da una non ancora matura consapevolezza con la fantasia:

 

[…] Lisa mi guardava incantata, sognante, cancellata, il viso liscio e bianco che a un tratto sembrava una pura luce di cui bearmi per tutta l’oscurità a venire. Era come se non esistesse veramente. Era una lontanissima stella dentro di me. Solo il ricordo di lei avrei sopportato, non la realtà.

 

La vita involontaria copertina

In questa fase appunto, Pintus mostra tutte i connotati dell’inetto: rifiuto della realtà, rielaborazione di questa nella chiave del sogno che la rende accettabile semplicemente perché piegata al volere della propria ragione e delle proprie aspettative. Il diverso non può essere compreso e quindi viene automaticamente rifiutato. Ma nulla ha a che fare, poi, con questa figura tutta primo novecentesca.

Dalla secca e ventosa Oblenz, si passa a un paesaggio completamente diverso, quello di Vallona: il freddo, la neve che cade irriducibile produce un silenzio che si fa esistenziale. Crescendo e persa la capacità di fantasticare, in un primo momento Pintus trova nella superficialità, nel vivere senza formarsi una propria opinione, un modo per evadere. L’evasione è anch’essa dettata dalle amicizie di cui si circonda, ma non fanno altro che aumentare l’effetto di straniamento e di incoscienza, di inconsapevolezza e indolenza, fino al parossismo.

Se da un lato Pintus si trova a proprio agio con Federico perché vivendo alla giornata, rifiutando ogni forma di responsabilità, vi vede in un primo momento una forma di libertà (del tutto aleatoria) dall’altro rifiuta, per poi invece esserne profondamente influenzato, Thomas che invece si contraddistingue per il suo «ragionare», il disperato tentativo di comprendere il mondo:

 

«È uno che ha sempre da ridire su tutto. Uno che ragiona insomma […]»

«Ma sbaglio o siete amici?» […]

«Sì, siamo molto amici» disse. E aggiunse dopo un po’: «Forse perché non ho opinioni». […]

«Non ne hai proprio nessuna?» […]

«Be’ cerco di averne il meno possibile» rispose infine: «Se se ne hanno, si deve fare la fatica di sostenerle. O di cambiarle. […]».

 

Muoversi allo sbando, senza una meta e senza la ragione, è il modo di liberarsi dà ogni responsabilità in nome di una certa libertà che perde sempre più di consistenza fino a lasciare un vuoto incolmabile, legami inesistenti e fragili e infine una solitudine ricolma di narcisismo. Chiudendosi a ogni forma di interazione con l’esterno, Pintus si trova intrappolato nella propria psiche che si mostra superficie priva di profondità, una piattezza fatta di vacuità e soprattutto solitudine.

Questa forma di disinteresse, sembra quasi suggerire, che la Carafa volesse restituire il clima di profonda delusione nel post ’68, tant’è che Pintus, abbandonando gli studi, si lascia crescere barba e capelli, non si cura nell’abbigliamento, trasformandosi in una sorta di “capellone” (così venivano chiamati gli hippie in Italia al tempo) privo di interessi. Pintus sempre di più paga la libertà lasciandole inghiottire energie e relazioni affettive, dentro di sé nulla rimbomba se non il silenzio di una vita abbandonata al nulla e lasciata muoversi per inerzia. La solitudine e la sua orfanezza diventano nuovo condizione esistenziale priva di sprazzi nostalgici, ma dagli esiti nefasti.

Pintus si trasforma nella figura del nichilista che si è lasciato inghiottire dall’assurdo. Non potendo più fuggire nelle zone sicure della fantasia puerile, rifiutata però allo stesso tempo ogni forma di positivismo e quindi di fede nella ragione, si ritrova in balia degli eventi, una nave in mare aperto che inizia a perdere le speranze di poter ritrovare una rotta. La morte di Dio, l’assurdo, l’assenza di ragione e di fede diventano dei macigni troppo pesanti da sostenere e quindi la risposta è l’alcolismo, l’intorpidimento dei sensi veicolato da un masochismo gaudente per la distruzione di sé:

 

«Poiché non c’è nulla di terribile al mondo, nulla d’insensato, nulla che per qualche verso noi non vogliamo. Se Dio era morto, aveva trascinato con sé ogni realtà cui non consentissimo con maggiore e minore intelligenza».

 

Carla Accardi Forma 1
Carla Accardi, gruppo Forma 1

Ma di fronte a un Dio morto e il vuoto esistenziale riempito dall’assurdo, un ultimo persuasore spinge Pintus a cambiare nuovamente la traiettoria della sua esistenza: il suo ex professore di filosofia. Lo studio della psicologia risveglia la volontà di ricercare un senso, prima incontrando quella figura semi-divina, il «Guaritore di anime», il suo professore di psicanalisi. In realtà da questo incontro si trova a scontrarsi con un falso idolo, una sirena appunto pronto a irretirlo, ma allo stesso tempo il protagonista ha finalmente avviato quel processo di crescita, di maturazione e soprattutto di consapevolezza che lo farà uscire lentamente dal suo narcisismo smodato per nuovamente aprirlo alla realtà, ma con uno sguardo maturo e cosciente («tutto ciò sembrava non riguardasse me, ma gli altri»). L’accettazione della ambiguità dell’animo altrui, come della propria, lo conduce all’accettazione dell’ambiguità della realtà tutta.

C’è tutto lo sguardo ironico della Carafa, quello della scrittrice-psicanalista, che svela le possibili implicazioni nefaste della psicanalisi, di questa «accanita caccia al colpevole». Pintus, una volta finito il suo viaggio, tornerà a Oblenz, con le vesti di un Ulisse sopravvissuto al canto delle sirene, cresciuto e maturato. È proprio la possibilità di poter credere in qualcosa, prodigarsi nel salvare  gli altri, accettando che il senso sia ineffabile, indicibile, perché non è questione di comprensione, ma di accettazione, di comunanza, di reciproco riconoscimento senza liquidarle l’altro come folle, pazzo, senza quel pregiudizio che mette al margine il malato come un reietto, un untore, semplicemente perché è diverso. È questo che porterà Pintus a crescere, a scendere a patti con il proprio passato affrontandolo, vedendolo per quello che è veramente, e infine poter dire:

«così presi la mia prima decisione»

 


 

Ringrazio di cuore Cliquot e Serena per avermi dato la possibilità di scoprire Brianna Carafa, con la speranza di poter approfondire ancora di più la sua figura e la sua splendida penna.

 

 

 

 

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