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“L’idioma di Carsilda Moreria” di Adrián N. Bravi (Exòrma)

Editore: Exòrma

Anno: 21 febbraio 2019

Pagine: 192 pagine

Prezzo: 15,50 €


Aveva pensato spesso alla morte delle lingue e si chiedeva, appunto, se le lingue, contrariamente a quanto sosteneva il professor Montefiori, potessero sopravvivere all’assenza dei loro parlanti e un giorno ritornare a vivere in un ipotetico futuro o in una sorta di Rinascimento linguistico: Chissà, una lingua muore o semplicemente si trasforma in un’altra? In quale momento, per dirne una, l’italiano ha iniziato a parlarsi per le strade di Roma? Insomma – si chiedeva Annibale – dove finisce una lingua e ne comincia un’altra? Dove sono ora quelle lingue, scomparse senza lasciare traccia, che il professore elenca nel suo Lingue reali e lingue immaginarie nei racconti dei conquistatori e dei viaggiatori del Sudamerica?

 

L’idioma di Casilda Moreira è un romanzo su un viaggio alla ricerca di una lingua destinata ad estinguersi. Annibale, studente di etnolinguistica, a seguito di un incidente capitato al suo professore, decide di partire per l’Argentina alla ricerca degli unici due parlanti di una lingua antica che si credeva scomparsa: günün a künä. Se non fosse che Casilda e Bartolo, gli ultimi eredi di questo tesoro linguistico, hanno deciso di non parlarsi più.

Il romanzo di Adrián N. Bravi è un cortocircuito fra due opposti: una presa di distanza e, allo stesso tempo, un’immersione da parte dell’autore nelle proprie terre d’origini. Lo scrittore, argentino che vive da più di trent’anni in Italia, assume in questo romanzo la lingua e il punto di vista (e con questo tutto il sistema logico-culturale) di un ragazzo italiano, per rimmergersi nella storia, nella cultura e nel variopinto palcoscenico linguistico delle proprie terre. Portando avanti un tema a lui caro, quello linguistico ed etnolinguistico, qui viene impiegato nel terreno del romanzo e arricchito dalla fantasia che solo la Patagonia riesce a suscitare.

La Patagonia stessa è coprotagonista del viaggio, fondale eternamente presente e vivo, lontano dalle immagini ormai inflazionate da Chatwin in poi, ma redivivo nella sua forma più pura, selvaggia, vera:

Quelle pianure sono imprevedibili. Uno le guarda, le percorre, sembrano tutte uguali, interminabili, invece le storie che nascono da quelle parti sono tutte scombinate, tagliate in tanti pezzi che a volerli rimettere insieme non combaciano quasi mai.

Scombinata è la lingua di Bravi che sembra seguire una musicalità diversa dall’italiano che conosciamo, un non so che di cacofonico di chi maneggia una lingua che non è la propria, che contribuisce alla realizzazione di un esperimento interessante, linguisticamente e letterariamente parlando.

Ringrazio Exòrma per avermi dato la possibilità di leggere questo romanzo e Adrián Bravi per il tempo speso in compagnia.


 

Lei è dal 2004 che scrive in italiano, nonostante non sia la sua lingua d’origine. Ne aveva già parlato in un suo saggio – La gelosia delle lingue – in cui spiega come in un uomo non possano coesistere due lingue. Come è stato scrivere in italiano un romanzo che è un ritorno alla sua terra d’origine?

La gelosia delle lingue è un saggio dedicato al cambiare lingua. Ho percorso alcune figure della lingua: la lingua come morte, come gelosia, come amore, però identificandola con quegli autori che, come me, sono stati costretti a scrivere in una lingua che non era la propria: Agota Kristof, Brodskij, Beckett. Sono arrivato in Italia alla fine degli anni ’80 e per molti anni ho continuato a scrivere nella mia lingua, era la mia isola felice lo spagnolo. Il primo romanzo è uscito nel 1999, quando io ero qua in Italia già da più di dieci anni.

Dopo, dal 2004, ho iniziato a scrivere in italiano e che cosa significa scrivere una storia che riguarda un contesto particolare in un’altra lingua? In realtà loo avevo già fatto con un altro romanzo, Sud 1982, che tratta della guerra della Malvine, in cui ho dato parola ai personaggi che vivevano in un contesto completamente argentino.

È un cortocircuito quello che accade quando rivisiti una storia, che appartiene a un determinato contesto linguistico, con un’altra lingua. Mi trovo nella condizione di dover vivere qua e l’italiano è diventato la mia seconda madre lingua. Come hai detto tu, non credo che due lingue possono coesistere allo stesso livello e ora l’italiano prevarica sullo spagnolo; quest’ultimo ormai si sta sbiadendo piano piano. Ora in questo libro, L’idioma di Casilda Moreria, c’è tutto questo: parlo di un popolo che vive tra la pampa e la Patagonia, quindi in un contesto molto argentino, ma chi compie il viaggio è uno studente italiano. Per me è molto strano parlare di un contesto storico-geografico e vederlo, raccontarlo, con un’altra lingua: è questo che crea in me un cortocircuito. Però lo vedo come una risorsa, perché ho modo di guardare quelle terre con un’altra prospettiva, con un altro apparato semantico.

Parlando di cortocircuiti come risorsa, ho notato che nel suo romanzo sono presenti tanti cortocircuiti anche legati alla costruzione della storia o dei personaggi stessi. Ad esempio il protagonista, Annibale, quando arriva in Argentina ha un approccio e un modo di pensare contrastivo rispetto al contesto culturale e sociale. Ha una mente scientifica e che persegue la logica occidentale, ma si trova a confrontarsi con una cultura, una lingua che crede nel potere magico della parola e del rapporto con il mondo naturale. Tant’è che Annibale, volendo registrare il dialogo tra Casilda e Bartolo, ricorre all’inganno e sembra quindi che lui se ne sia approfittato.

Sì, Annibale quando arriva ha un approccio completamente diverso. Lui ha una mentalità occidentale come dicevi tu. Si confronta con Casilda e Bartolo in maniera scientifica e vuole recuperare quel dialogo per ricostruire, anche un minimo, la loro lingua. Invece i due personaggi non si pongono questo problema. Per loro la scomparsa della lingua non costituisce un problema, la scomparsa della lingua è solo un problema di Annibale.

Mi piaceva sottolineare il cortocircuito tra un mondo che vive sul piano della scrittura e un mondo che vive nel piano orale; un mondo che è scientifico e uno che è magico; l’incontro soprattutto c’è quando c’è il primo dialogo tra Annibale e Bartolo: il protagonista ogni volta tenta di fargli tradurre le parole, ma Bartolo risponde “Non c’è una traduzione”, perché quelle parole ci sono (e hanno senso) solo lì. Per me qui c’è il valore magico della parola, perché le parole di una lingua si portano dietro tutto un corredo di ricordi e di vissuto, una cultura e una storia dentro una parola che, anche se tradotta, sarà sempre altro. Per questo per Bartolo dire kawal non sarà mai dire cavallo, perché sono due cose diverse, anche se indicano lo stesso animale. Ritengo che nelle parole ci sia una certa magia.

Dunque, sembra che lei continui quel suo progetto legato alla lingua, ma unito a una ricostruzione della storia di quei popoli che spesso vengono indicati solo come indios.

Noi a scuola studiavamo la storia, ma in realtà gli indios non erano ben distinguibili, erano un insieme. Invece con gli anni, ho studiato e approfondito l’argomento: per me questo è stato il mio ritorno alle origini. Sono argomenti che ho a cuore e quindi mi piaceva l’idea di pensarli con una variante diversa, nella forma di romanzo, quando io li avevo sempre trattati con il saggio o con articoli. Sul tema della lingua ci torno spesso, forse perché non ne conosco tante, però mi piace molto approfondire questo discorso.

Dietro questo interesse per le popolazioni nomadi c’è senz’altro la volontà di conservare l’alterità e l’unicità di popolazioni che la Storia ha spazzato via?

Certamente, infatti ho fatto in modo tale che Annibale avesse un approccio da osservatore, non vuole mutare nulla, tranne il fatto di mentire per recuperare la lingua. Qui si mette sul piano dell’osservatore e cerca di testimoniare le cose così come stanno, invariate e non corrotte. Una volta preso il dialogo, rinuncia a comprenderne il significato, rispetta il volere di Casilda di non sapere cosa si sono detti.

Tutto il discorso sulla parola è centrale, ma tanto quanto con il tema dell’amore. Tra lingua e amore sembra instaurarsi un rapporto di vita e di morte, in ogni caso di vitalità o perdita.

Certo, quando ho pensato al viaggio, mi piaceva l’idea che per Annibale questo fosse un viaggio iniziatico, in cui anche qui c’è il contrasto fra due tipi d’amore: l’amore finito e che è legato a una lingua, un amore che appartiene a un contesto linguistico; l’altro è nuovo e infatti Annibale a un certo punto esprime il suo desiderio di parlare una lingua nuova e intima con la sua amata.

Nell’incipit del capitolo VI scrive: «Ci sono posti che, anche se li vedi per la prima volta, ti sembrano così familiari che giureresti di esserci stato e di conoscerne la lingua e le abitudini; perché sei sicuro che li avevi dentro, questi posti, e che solo ora hai deciso di tirarli fuori per fatici due passi in santa pace». Qui compare nel romanzo la grande coprotagonista della storia, ossia la Patagonia. Sembra esserci un che di autobiografico in quello che ha scritto e dall’altro è elemento costante degli scrittori argentini quello di ritornare su queste terre, mi viene in mente ora César Aira o Juan Jose Saer.

Guarda hai citato due degli autori che più mi piacciono. César Aira penso che sia un autore fantastico, ha scritto più di cento opere, mi piace moltissimo. Mi piacciono molti i romanzi che ha ambientato nella pampa, con protagonisti gli indios. Ad esempio, molto bello e tradotto qui in Italia è Il pittore fulminato. Per non parlare di Saer… C’è un suo romanzo intitolato Le nuvole ambientato in parte nella pampa dove parte una compagnia di matti per spostarsi da un istituto psichiatrico a un altro.

Perché la Patagonia, la pampa, quella zona lì, è un posto vuoto che quindi va riempito con l’immaginazione. Questo è tutto un patrimonio che tutti i sudamericani si portano dietro. Se vai a guardare i cronisti, che sono i primi testimoni europei in Sudamerica, loro vedevano cose che non esistevano, inventavano, giocavano con la fantasia. Tutta la letteratura del ‘500 pensa a quelle distese come un posto da riempire con l’immaginazione.

Questo gioco tra realtà e finzione mi sembra presente anche all’interno della narrazione stessa, perché solo in un secondo momento ho realizzato che tutti i documenti e fonti citati all’interno del romanzo esistono, sono effettivamente reali, e la letteratura, la finzione, sembra intervenire per integrare, partire dal vero per attraversarlo e superarlo.

Questo è un elemento che è presente in quasi tutti i miei libri. Come dicevo prima con Sud 1982, il contesto è tutto vero. In questo caso la lingua, i posti, è tutto vero; non veri sono proprio il protagonista e la loro storia. Quando scrivo qualcosa mi piace avere delle basi solide e da quelle inventare e giocare di fantasia.

Non ho potuto fare a meno di notare che Leopardi è citato due volte (non mi sembra un caso visto che lei abita a Recanati): in una fa riferimento all’amore – «L’amore deve essere cosa amarissima» – e nell’altra alla lingua – «Le lingue variano sempre e poi, alla fine, muoiono, come tutte le cose».

Se devo essere sincero lo conosco pochissimo, dovrei conoscerlo di più visto che abito a Recanati da più di trent’anni, comunque qualcosa ho letto. Mi piace moltissimo lo Zibaldone, è un’opera che consulto e amo molto, è una delle fonti letterarie che ho lì a disposizione, non possono non citarlo.


Dove acquistarlo: L’idioma di Casilda Moreria

 

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