«L’ospite e altri racconti» di Amparo Dávila – Safarà

Amparo Dávila

“El cuento entraña riesgos insospechados, sorpresas, trampas, dificultades, y en él se encuentran, muchas veces, peligrosas o fatídicas arenas movedizas.”

 


 

Basterebbe navigare online, cercando il nome di Amparo Dávila, solo per avere un assaggio dell’importanza e del riconoscimento attribuiti alla scrittrice messicana. Cuentista messicana di altissimo livello, è fatta rientrare nel genere fantastico sudamericano, grande amica di Cortazar, che vorrà conoscerla dopo aver letto proprio i suoi racconti. In Italia arriva L’ospite e altri racconti grazie al brillante lavoro di scouting portato avanti da Cristina Pascotto, direttrice editoriale della casa editrice Safarà, con la splendida traduzione di Giulia Zavagna.

Non ci sono mostri o, se ci sono, non si possono vedere, quel che però è certo è che Amparo Dávila racconta la quotidianità, solo la quotidianità e niente più, ma restituita sotto le fattezze di un quadro di Bacon: turbata, alterata, trasfigurata. I contorni del reale si piegano in un sorriso bieco e maligno, lo spazio circostante si amplifica di un sentore di allarmante pericolo e a noi spettatori, che ci affacciamo a guardare, è lasciata la sensazione di aver preso parte a un gioco perverso e pericoloso.

Muovendosi sul sottile filo dell’ambiguo, per mezzo di voci narranti vittime o carnefici, in ogni caso non affidabili, l’insolito entra nella vita comune e non mostra quasi mai il suo volto. In più racconti, soprattutto in quelli ambientati all’intero delle quattro mura casalinghe, un qualcosa (un animale? una creatura? un mostro?)  si insinua, osserva, controlla e impone la propria presenza maligna. Al lettore non viene fornita alcuna informazione, indispensabile per potersi figurare contro cosa o chi il protagonista si trova a confrontarsi, nota è solo l’angoscia che la voce narrante prova. E in questo gioco perverso tra occultamento e spasmi emotivi, il lettore impotente, come il protagonista, attende solo che il male si abbatta.

L’angoscia provata è generata dal fatto che, essendo tutte storie raccontate da un io, si rimane sempre sospesi tra il dubbio di credere a ciò che viene raccontato e il non detto. Ma i racconti di Amparo Dávila non si fermano a suggestionare, c’è qualcosa di più dietro le pagine infestate dalle urla, dai versi, dagli odori, da sguardi e dai sentori. La sua è stata definita la poetica del silenzio, perché proprio nell’indicibile viene rilegato l’orrore in contrasto con una scrittura che invece è esplicita, chiara, esatta, precisa.

Persone comuni si fanno contenitori di angosce, paure, ossessioni che condividono sulla pagina non appena entrano in dialettica con, alla fine, un simbolo, dalla forma misteriosa o umana, che interviene per trasgredire la normalità. Ma questi simboli, celati, si rivelano essere archetipi, eredità sociali che piombano nella vita di tutti, a caso, senza una predestinazione perché ci sono sempre stati, ma solo ora innescati e fatti esplodere.

Temi come l’aborto assumono tinte orrorifiche perché derivano da un’idea atavica per cui la maternità è un miracolo, un dono, una fortuna che in quanto tale deve essere ben accolta da tutte le donne indistintamente, altrimenti la dannazione. Ecco che l’aborto, e molto altro, si evolve in agente dell’orrore: come le avance maschili, di fronte alle quali una ragazza viene tormentata dalle parole scritte sui giornali, slogan che parlano di stupri, femminicidi, uxoricidi, che iniziano a vorticare vertiginosamente nella sua testa gridando al pericolo, alterando la percezione di ciò che la circonda. O come il semplice spazio domestico non è sicuro, non protegge (da cosa? da chi?), perché il male da fuori entra sempre, anche sotto le vesti di un ospite, un estraneo, che scompagina l’ordine e la pace (quale ordine? c’era davvero un ordine? c’era davvero la ce?) che prima regnavano.

C’è una perversa oscurità, una capricciosa follia nella stesura di questi racconti che si muovono svelti sulla pagina, con un linguaggio piano, un intreccio semplice, ma nella costruzione, nell’architettura, nella scelta di un certo armamentario retorico, negli occultamenti congeniati e nei disvelamenti ambigui, si cela un universo simbolico stratificato che abbraccia le tenebre della psiche umana. Amparo Dávila gioca con la realtà e attraverso l’invenzione non fa luce, ma getta oscurità così da lasciare visibile solo la penombra, in cui si cela tutto l’indicibile che nascondiamo dentro le mura domestiche o dentro la nostra testa.

 


 

Ringrazio Serena e Safarà per avermi dato la possibilità di scoprire questa scrittrice messicana e di leggere una delle più belle letture di quest’anno.

Ho parlato anche di un’altra raccolta di racconti di Safarà: «Bloomsbury e altri racconti» di Mary Butts, potete leggerla qui.

 

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