“L’unica notte che abbiamo” di Paolo Miorandi [Exòrma]

In L’unica notte che abbiamo di Paolo Miorandi un uomo senza nome incontra, per un semplice disguido, l’anziana vicina di casa che decide di raccontare la propria vicenda famigliare a partire dagli oggetti che ha ereditato e conservato. Ma la narrazione, non procedendo linearmente, si erge su un montaggio sofisticato di tasselli: i protagonisti della storia prendono parola in prima persona intervenendo sulla pagina in presa diretta, per restituirne un mosaico suggestivo.

Paolo Miorandi, psicoterapeuta ­– ha già pubblicato per Exòrma un reportage letterario Verso il bianco. Diario di viaggio sulle orme di Robert Walser – mostra di possedere quel ductus da scrittore che maneggia la materia letteraria con particolare dimestichezza, velandola di un alone novecentesco.

La vicina interroga gli antenati e ripercorre a ritroso la storia di famiglia, ricercando un senso sulla sua esistenza legandola alla propria eredità. Nel disvelarsi della fitta trama l’intento percepito è quello di approfondire l’intricato tempo della memoria, dell’importanza, umanissima, di testimoniare l’esistenza di altri attraverso il ricordo e di comprenderne l’esistenza guardando agli accadimenti che la vita ha riservato loro. E tra le pagine accade il miracolo precluso alla realtà: la possibilità di confessarsi in tutta la propria essenza, tra nobiltà e meschinità, senza essere fraintesi o mal interpretati, completamente padroni della propria storia e pronti a ottenere il perdono. Perché appunto in questo fecondo cortocircuito che si genera tra una lingua novecentesca e un impianto sperimentale, i personaggi prendono parola sovrapponendosi, passandosi il testimone (fisico e metaforico), generando una coralità polifonica in cui più voci si mescolano per restituire un canto unico.

 

«Accingendomi a proseguire questo resoconto mi chiedo se ogni essere umano non sia per caso chiamato a prendere in consegna la voce di almeno un altro essere umano, se ogni vita non debba offrire la propria voce, per quanto flebile essa sia, ad almeno un’altra vita»

 

Miorandi mostra come una storia che potrebbe in apparenza avere tutti i connotati di un romanzo d’appendice (figli illegittimi, faide fra fratelli, adozioni, rancori inespressi) possa elevarsi grazie a una scrittura e una narrazione sofisticata. Si percepisce un certo gusto per la costruzione fraseologica, in particolar modo per il flusso di parole che nonostante il periodare lungo non perde mai di notevole ritmicità. Non manca un certo grado di generosità e ricercatezza che restituisce limpidamente i tormenti e i sobbalzi dell’animo, quei meccanismi psicologici in prima battuta difficili da interpretare, ma che nella confessione possono finalmente trovare una loro spiegazione. Sulla pagina prendono corpo i rapporti famigliari, di sangue e non, dagli esiti drammatici e nefasti, la cui eredità pesa ancora sulle generazioni a venire. Infatti l’attenzione rivolta ai personaggi, ai movimenti dei pensieri e delle azioni, fa sì che si entri nel vivo della narrazione fino a sentirsene parte in quella pletora composta «dagli influssi perniciosi e dalle devastanti patologie provocate dai morbi che si annidano e ingrassano nei focolari domestici».

 

La «ricerca storica» portata avanti dall’anziana signora si anima di foto che come effigi ne rievocano la storia, che viene consegnata a un nuovo testimone. L’ultimo lascito per ogni essere umano, il più drammaticamente sincero, nel tempo ma che travalica gli stessi margini temporali, è quello di consegnare la propria memoria, che può avvenire solo nell’incontro con l’altro, pronto ad accoglierla, per poi scomparire.

 

 


Ringrazio di cuore Exòrma per avermi dato la possibilità di leggere questo elegante e coinvolgente romanzo.

Qui trovate la recensione e intervista di un altri due titoli Exòrma:

  • La minuscola di Mario Valentini (Link)
  • L’idioma di Casilda Moreria di Adrian Bravi (Link)

 

 

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