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«Manodopera» di Diamela Eltit

Manodopera, Diamel Eltit

«Estenuati dalla rigida monotonia degli scaffali, dalla profusione seriale dei clienti. Stanchi di portare le merci (pesanti, pesanti) da un lato all’altro, di contare banconote su banconote su banconote, di validare carte di credito, di dare il resto. Moneta dopo moneta, dopo moneta, affilate, metalliche, irregolari. Stremati e stanchi di confezionare la verdura, di provare a contenere i danni della frutta andata a male, di affettare la carne, di macinarla, di tagliarla a pezzi, di squartarla. Nauseati di tagliare polli rancidi. Disossarli. Sentirne l’odore. Traumatizzati dal pesce, dalle terribili esalazioni dei frutti di mare. Esausti e sconfitti dal cartellino appeso sul grembiule. Insultati dall’umiliazione di esibire i nostri nomi. Logorati dall’obbligo di mantenere intatti i nostri sorrisi tra le corsie. Stravolti e mortificati perché nessuno si rivolgeva a noi come si doveva. Sconfortati dalla reiterazione di domande idiote, tristemente abituati a ricevere rimproveri, penosamente obbligati a mascherarci.»

 


Contesto storico-culturale 

Prima di parlare direttamente di Manodopera di Diamela Eltit – scrittrice, professoressa e attivista cilena – è quanto mai necessario comprendere il contesto storico e tutto lo sfondo culturale in cui si inserisce, quell’aspetto paratestuale invisibile, ma funzionale per la ricezione del romanzo.

La letteratura cilena ha una sua veste ben definita, nomi che si sono imposti nel canone letterario e che non hanno bisogno di alcuna presentazione, nelle cui opere, diverse e stratificate, è evidente come il contesto socio-politico abbia avuto il ruolo vero e proprio di trauma. Un trauma che ha generato un’assenza di significato e di significabilità, che ha intaccato il discorso narrativo letterario. Ovviamente, mi sto riferendo alla dittatura di Pinochet. La ricerca, appunto, di significato all’interno del regime dittatoriale ha spinto anche le generazioni successive a indagare su quella “macchia nera della storia” – come direbbe Nona Fernández – che tuttora è terreno di riflessione, di ricerca e di significazione.

Proprio in un clima del genere, in cui vigeva la censura, il controllo e la repressione, intorno agli anni ’80 Diamela Eltit costituisce un gruppo d’avanguardia dal nome CADA (Colectivo de Acciones de Arte) per ristabilire il ruolo dell’intellettuale e dell’artista sotto il regime dittatoriale (e approfondendo tematiche al tempo stigmatizzate come la sessualità o l’identità di genere). Ma è proprio all’interno di un regime del genere che affondano le prime radici di un sistema neoliberale che, con altrettanta potenza, sconvolgerà e modificherà irreversibilmente la concezione socio-culturale.

Il liberista Milton Friedman, Premio Nobel, indicherà il cambiamento del mercato cileno come un vero e proprio “miracolo economico” e che proprio tale miracolo sia ciò che ha spinto al passaggio da un regime dittatoriale a un sistema democratico: il neoliberismo, dunque, sembrerebbe essere emanazione e a sua volta origine della democrazia. Ma quali sono stati i cambiamenti effettivi? Sulla società, sui cittadini, sulla vita di tutti i giorni? Il neoliberismo ha davvero portato a una democratizzazione del sistema? È possibile un rovescio così netto della medaglia senza ovvie conseguenze? Assolutamente no e la letteratura diventa il mezzo artistico attraverso il quale sublimare non solo la denuncia, ma anche una necessaria riflessione sulle sue infauste conseguenze.

L’entrata del Cile nel sistema neoliberale è stato frutto di un vero e proprio esperimento politico-economico, commissionato da Pinochet ai Chicago Boys (gruppo di economisti cileni istruiti proprio da Milton Friedman) che attuarono una serie di riforme rivolte alla liberalizzazione del mercato. La ristrutturazione, messa in atto, delle tecniche di produzione capitaliste da un lato ha ovviamente “liberato” e globalizzato l’economia cilena, ma dall’altro il costo da pagare è stato la riduzione drastica della libertà, ma soprattutto dei diritti dei lavoratori.

Questo ha comportato inevitabilmente a un cambiamento della percezione e tutti questi dispositivi, che traggono linfa dal regime di terrore, hanno indebolito o eliminato totalmente ogni forma di organizzazione politica e la prospettiva di alternative sociali. Se prima, dagli anni ’40 fino agli inizi degli anni ’80, il tessuto collettivo era basato sull’appartenenza a una classe sociale specifica – sulla creazione di gruppi in cui vi si poteva trovare una propria identificazione, ma soprattutto un senso di solidarietà, fondamentale per integrarsi nel ben più ampio tessuto nazionale – con il sistema neoliberale si impone una nuova politica: quella neoindividualista. Il pensiero post-dittatoriale, non a caso, non si è mosso verso la ricerca di nuovi ideali (cancellati, censurati, oppressi per decenni), ma verso uno scetticismo generalizzato che non ha affatto altro che alimentare e corroborare l’indifferente relativismo del mercato libero e di un Io sempre più narcisista.

È importante aggiungere un piccolo focus, ma su cui rifletterò in un secondo momento, riguardo il mercato editoriale: il vuoto ideologico ha spinto a profondi cambiamenti nella produzione letteraria e della logica della vendita libraria. Sempre più allineata ovviamente con la logica neoliberale, l’editoria ricerca il libro bestseller, alla portata di tutti, ma che soprattutto ottenga il consenso immediato di tutti. La diversità in generale, nell’ambito più largamente socio-culturale a quello ristretto dell’editoria, ha portato a un appiattimento (è quello che viviamo noi, quello che vive ogni paese neoliberale), in cui vi è un monopolio del superficiale, del politicamente corretto, della condiscendenza al gusto comune imposto.

Da un lato lo Stato dall’altro le aziende attuano a braccetto dispositivi volti a de-politicizzare i corpi e sottovalutare il patto stretto fra queste due forze, politica ed economica, è un’ingenuità che non si può commettere perché il costo da pagare alla fine è il corpo del cittadino stesso.

Penso al tweet di pochi giorni fa di Giovanni Toti in cui, passando in rassegna i decessi di quest’ultimo periodo, il Presidente della Regione Liguria ha applicato una logica di mercato inscalfibile per smorzare il dramma che stiamo vivendo, osservando che i decessi hanno riguardato: «persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese che vanno però tutelate». Il fatto che la tutela alla vita sia inserita sintatticamente come un’avversativa (però), è spia lessicale che mostra chi c’è dall’altra parte della barricata: prima, e sopra tutti i nostri cadaveri, la grande macchina della produzione economica del Paese, POI PERÒ la concessione di una qualche forma di sicurezza anche verso chi non è più un suo ingranaggio.

Siamo carne da macello. La sentite la puzza?

 


«Manodopera» di Diamela Eltit

Manodopera è un libro, fin dalle prime pagine, respingente. A differenza di un commesso del supermercato che, secondo la logica ed etica del lavoro, dovrebbe accogliere, aiutare, offrire il proprio servizio per mettere a proprio agio il cliente; il romanzo è strutturato in modo tale che il lettore si trovi di fronte a un linguaggio portato al suo limite che sonda la sua attenzione e pazienza, mentale ed emotiva. Come già detto, Diamela Eltit nasce come scrittrice d’avanguardia e qui lo sperimentalismo della struttura (attraverso il montaggio e giustapposizione delle parti), della materia narrativa (frammentata, disgregata, una storia fratturata), del linguaggio (estremizzato fra una ricerca di lemmi virtuosistici-saggistici e il turpiloquio nel discorso diretto) sono tutti quei dispositivi messi in atto dalla letteratura a servizio di una chiara posizione politica e che hanno il compito di mettere in difficoltà il lettore, disgregandone l’orizzonte d’attesa.

Il romanzo è diviso a metà in due parti, due punti di vista che come una cinepresa mostrano su più prospettive lo stesso contesto: il supermercato. È evidente come il supermercato diventi allegoria del sistema socio-politico cileno, in cui la Eltit cancella le coordinate temporali della narrazioni per gettare la storia in un delirante eterno presente.

 


«El Despertar De Los Trabajadores»

 Probabilmente non immediatamente decifrabile, in particolar modo per il lettore straniero (ma fortunatamente spiegato nella bella postfazione di Laura Scarabelli), è l’assetto paratestuale che ha una valenza significativa fondamentale: interagisce con la narrazione, negozia il significato altro che è invisibile nel testo, ma che è risultato proprio dall’interazione tra le parti.

La prima parte si intitola El despertar de los trabajadores (Iquiqe, 1909), lasciato giustamente in originale, perché fa riferimento a una specifica testata cilena fondato dal leader del primo movimento operaio cileno: Luis Emilio Recabarren. Nella sede del giornale non solo sarà fondato il Partito Operaio Socialista, ma anche il primo sindacato, nonché luogo in cui nel 21 dicembre 1907 avvenne il massacro dei lavoratori delle miniere di nitrato. Da questo titolo di apertura che rimanda a un ben specifico orizzonte storico e politico si susseguono altri otto titoli o sottotitoli: sono tutti estratti dai giornali operai cileni pubblicati nei primi trent’anni del XX secolo che veicolavano discorsi emancipatori.

E già qui il primo gioco di contrasti: tutti e otto i capitoli sono narrati in prima persona da un commesso senza identità che racconta attraverso monologhi interiori le proprie giornate di lavoro ma, a differenza dei titoli di apertura, il discorso politico-emancipazionista è totalmente assente. I titoli rimandano al passato, mentre il commesso vive in questo limbo di attualità non ben identificata. Il contrasto, che richiama attivamente al lettore, spinge a domandarsi dove siano finiti quei discorsi, dove sia finita la politica.

L’identità della voce narrante è definita esclusivamente nei termini del proprio lavoro, senza alcuna scissione: questo porta alla cancellazione di uno spazio interiore e l’assorbimento del proprio corpo nello spazio lavorativo che lo circonda (il supermercato stesso). In poche parole, l’attuale sistema politico-economico è stato così interiorizzato da non permettere alcuna differenza tra io e azienda, tra persona e produzione, tra vita e lavoro. Il senso di essere parte di un ingranaggio, facilmente sostituibile, costantemente sorvegliato, determina un insopportabile senso di precarietà, ormai accettata come condizione inevitabile. Foucaultianamente il lavoratore è costantemente sottoposto a controllo, che non misura il suo grado umano, ma la sua efficienza, rappresenta il “capitale umano” di cui il supermercato dispone, una fredda macchina settata solo per produrre, produrre e produrre. L’errore umano viene cancellato, censurato, eliminato perché di fronte all’errore non c’è indulgenza, ma una fredda e veloce sostituzione dell’ingranaggio non più ben oliato. Con una buona dose di ironia, nella lingua si può quasi sentire la voce robotica del commesso che parla seguendo i principi dell’indottrinamento neoliberale come se fosse una nuova forma mistica.

«L’onore che Dio mi ha concesso mi garantisce che oggi sia il suo eletto. L’eletto di Dio. Cosa ho per meritarlo? Cosa devo fare per continuare ad esserlo? Che faccio? Mi chiedo, che cosa posso fare? Ripeto a me stesso, mentre cammino, ebbro di fede, barcollante nella corsia, per riuscire a mettere in scena, lo so, l’ultima delle rappresentazioni in programma, con cui si suggellerà il finale del mio episodio lavorativo.»

 

Di questa mistica, svuotata in realtà totalmente del valore religioso, rimangono i rituali comportamentali: l’abnegazione, lo stoicismo, la devozione e la dedizione al proprio lavoro che trasforma il corpo in una pura appendice della macchina aziendale, rinunciando al proprio io in una condizione di pura estasi-produttiva allucinata.

 


 «Puro Chile»

Nella seconda parte si genera l’ennesima frattura, perché è nella frattura che si trova immagine dello sperimentalismo della Eltit. Tutto è scisso, dissociato e alienato: la voce narrante dalla scrittura, il paratesto dal testo.

Qui a parlare è un noi collettivo che sembrerebbe ridare respiro alla lettura, prima tesa negli stretti cunicoli di un singolo io. Non è ovviamente così.

I titoli diventano pure enunciazioni performative o riportano i nomi dei protagonisti del soggetto collettivo (ad esempio “Dovevamo svegliare Isabel” o “Gabriel”).  Dunque indicano l’identità o un azione. Tocca ora a loro svuotarsi, dissociarsi nuovamente. Dopo la depoliticizzazione c’è la perdita della coscienza, la propria. Ed ecco che l’io si allarga diventando uno strano noi, non quello che ci saremmo aspettati, appunto di gruppo, di collettività, ma una massa informe in cui tutti pensano la stessa cosa, tutti usano lo stesso linguaggio, tutti provano le stesse emozioni, tutti agiscono per produrre.

I protagonisti di questa seconda parte sono ragazzi di età ignota, chi più giovane chi più anziano, costretti a vivere insieme per meri motivi economici, ma soprattutto tutti lavoratori dello stesso supermercato. L’aspetto sempre più disturbante è che tra il supermercato e la casa non ci sono differenze, la logica neoliberale, che impone un certo comportamento e gerarchia di ruoli, diventa la stessa logica applicata all’interno delle mura domestiche e nei rapporti affettivi.

Ognuno dei coinquilini ha sì una storia, ma la personalità di ognuno è raccontata da quel noi che parla come un coro che canta all’unisono (si ripete spesso l’espressione: “eravamo completamente d’accordo”). La coralità non nasce dall’armonia, è il risultato di una neutralizzazione: le voci si fanno così monocordi che alla fine tutte si appiattiscono, nessuna personalità emerge, tutte sembrano la stessa.

Disturbante è il movimento che la scrittura qui assume, sempre più angosciante perché denuda le conseguenze che il sistema neoliberale ha sul comportamento umano.

I componenti sono persone povere che devono rinunciare a loro stesse, a tutto quello che sono, per poter sopravvivere.

Le violenze del mercato nella pagina della Eltit diventano tutto quello che non riguarda la pulizia, la libera espressione delle proprie emozioni e la solidarietà. I protagonisti quando prendono finalmente parola singolarmente parlano alla stessa maniera, ma è una maniera destabilizzante: parolacce, insulti, minacce, auspici di morte.

Allo stesso modo, quando a prender parola è la voce narrante collettiva, nel momento in cui descrive uno dei coinquilini, passa costantemente dal complimento banale, a volte esagerato e dal retrogusto ironico, al sottolineare immediatamente i difetti, le colpe, i vizi. Sono pronti a tradirsi vicendevolmente, però costantemente ribadiscono l’affetto che provano, ma così tante volte che ci si chiede se questo affetto non è pura sopportazione utilitaristica per la connivenza e la sopravvivenza reciproca.

Questo linguaggio e questi comportamenti sono l’evidente conseguenza di una condizione di ansia, di pressione, di sorveglianza, di abuso, di umiliazione, di tradimento reciproco al quale sono sottoposti con costanza a lavoro, per cui lingua e corpo reagiscono, involontariamente, sfogando la bile sotto forma di linguaggio verbale e somatico che nel supermercato sono costretti a reprimere fino al loro totale collasso. Gli atti inconsci che reagiscono alla situazione sono microscopici, ma notati da tutti e da tutti condannati:

«[…] diceva Gabriel ostentando un evidente e spiacevole tremolio all’occhio destro. Un tremolio che faceva infuriare Gabriel, Sonia, Gloria, Andrés, tutti noi. Ci faceva infuriare e non ci piaceva affatto. Tranne Isabel, che aveva maturato un’inspiegabile ossessione per quell’orrido tremolio e lo esaltava con tono delicatamente enfatico: “è che a quel figlio di puttana l’occhio balla perché è ancora vivo, perché respira ancora”.»

Interessante è stato scoprire che anche «Puro Chile» è un giornale, uno dei più rappresentativi delle voci dei lavoratori e dell’Unità Popolare durante la presidenza di Allende. Fu chiuso nel 1973, il giorno dopo il colpo di stato. Il giornale era conosciuto per il suo carattere irriverente e per le sue espressioni volgari usate nella satira politica. Di nuovo ci ritroviamo di fronte all’uso di un linguaggio iperpoliticizzato che nel testo e quindi, nell’attualità, è stato svuotato e, anzi, è usato dai lavoratori per insultare loro stessi. Ecco che il supermercato diventa allegoria del Cile che attraverso dispositivi politici repressivi ha annullato l’idea di una collettività nata per un senso di solidarietà e non di disperazione.

Questa condizione al limite può essere raccontato solo da un linguaggio del limite.

 


 

Il lettore di Diamela Eltit

La lettura di Diamela Eltit non è facile. Come ho detto all’inizio Manodopera  è un romanzo che fin dalla prima frase vuole essere respingente. Ma anche in questo c’è una chiara scelta politica. Come detto prima, non solo il pensiero, il corpo e l’emotività del singolo io si sono appiattiti, per entrare meglio nel grande ingranaggio del mercato neoliberale, ma anche la letteratura stessa.

Il mercato editoriale è interessato non ad avere lettori critici, ma argomenti che vendano. Ed ecco il perché di una scrittura fredda, gelida, quasi metallica, che passa dal turpiloquio a passaggi virtuosistici complessi, con la volontà non di coinvolgere, ma di attivare; non di mettere a suo agio, ma scomodare il lettore. Qui il lettore richiesto è quello che decide di cogliere la sfida, che cede al piacere di una placida pagina ben scritta e infiocchettata per guardare il limite, il margine di una realtà che è anche la nostra, per guardare a questi corpi svuotati di qualsiasi volontà, malati di volontà, controllati, abusati, sottomessi per il guadagno. Ridotti a merce che, una volta avariata, si butta.

Per questo c’è un elemento costante in tutte le pagine che leggerete: la nausea per la puzza.

Siamo carne da macello.

 


Ringrazio di cuore Alessandro Polidoro per avermi dato la possibilità di scoprire Diamela Eltit e di leggere “Manodopera”.

Potete acquistare Manodopera (qui)

Ho recensito altri titoli di Alessandro Polidoro:

Il commensale di Gabriela Ybarra, finalista al Man Booker International Prize (qui)

Il tempo che resta di Michelle Grillo (qui)

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