«Murene» di Manuela Antonucci [Italo Svevo]

«Murene» è il romanzo d’esordio di Manuela Antonucci, quinto titolo della collana «Incursioni» di Italo Svevo.

Un romanzo corale, dai capitoli brevi che corrono svelti, grazie a una prosa ben lavorata, in cui il dialetto si mescola a una lingua fresca e avvolgente, con un montaggio delle parti che rivela l’esperienza della scrittrice nelle narrazioni audiovisive. Un ritmo che incalza la lettura, un susseguirsi di voci diverse che impreziosiscono le pagine e disegnano un ricco arazzo che una volta terminato restituisce un immaginario culturale scomparso, quello del Salento e dell’Italia degli anni ’50, quello dell’analfabetismo dominante e del sanguigno legame con la terra, della sopravvivenza in una realtà che, facendosi opaca e sempre più sfuggente, r

ichiedeva il rigore di una lotta politica da un lato e tutto l’armamentario folcloristico dall’altro per dare un senso, per sopravvivere.

Attraverso appunto l’affastellarsi delle storie di tanti personaggi che animatamente prendono parola, si rievoca uno stralcio della storia passata recluso nel dimenticatoio: l’occupazione da parte dei contadini delle terre dell’Arneo, a metà del secolo scorso. Ma c’è qualcosa di più e forse di più prezioso che «Murene» restituisce: vite, modi di pensare e agire, sentimenti, immaginari: chi vuole costruire il falò più alto del mondo che appare sempre più come una torre di Babele che non disperderà la lingua, ma la storia e la cultura di un intero paese; chi toglie il malocchio, chi fa sogni premonitori, chi era riuscito a fuggire e avere il suo riscatto sociale ed è costretto a tornare. La vita tutta concepita diversamente dalla nostra, basata su un vivere insieme, comune e collettivo, cancellato con l’avvento dell’industrializzazione e quindi dell’individualismo.Un che di nostalgico, ma mai patetico, pervade la storia assumendo tinte più universali con il tema del rapporto tra padri e figli, o meglio di figli orfani di padre che provano a realizzare le promesse disattese, a dare nuovo corso agli avvenimenti, ma appunto privi di radici solide finiscono per essere travolti dall’ondata della modernità, o meglio come pecore sui binari, senza pastore, finiscono per sfracellarsi contro un sistema corrotto e violento.

Con la scomparsa dell’Anna, «Murene» intreccia la tragedia di un paese con quella del singolo, come a voler ricordare che non c’è una separazione tra il politico e il privato, che non c’è una linea netta che divide quello che capita al di fuori da quello che succede nelle case e così la violenza si muove fuori e dentro, come la rabbia, il rancore, la depressione, ma anche la compassione, la complicità, il sostegno reciproco.

Ogni tanto però mi è sembrato che il focus della narrazione sbiadisse, utile per arginare la narrazione, che in alcune parti esonda per poi ritirarsi nuovamente. Un bel romanzo d’esordio, una notevole scrittura da cui lasciarsi affascinare e una storia che anche se non fatta dai “grandi uomini” apre uno spiraglio su ciò che eravamo e che forse avremmo potuto essere.

«Esiste un modo onesto di vivere la vita?», gli aveva chiesto l’Ernesto la notte prima. Avrebbe voluto dirgli che forse no, non esisteva quella risposta che tanto cercava. Continuava a guardarlo pensando che avrebbe voluto chiedergli perdono, se solo avesse saputo come fare. Perdono per non essere capace di capirla, la vita, quell’incidente provvisorio che capitava ogni giorno, tutti i giorni.

 


Ringrazio Roberta e Italo Svevo per la bella scoperta.

Della stessa collana vi ho parlato delle «Isole di Normann» di Veronica Galletta, potete leggere la recensione qui.

Back to Top