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Perché non sono femminista. Un manifesto femminista di Jessa Crispin (SUR)

Editore: SUR

Anno: 2018

Traduzione a cura di: Giuliana Lupi

 

Se dichiarandomi femminista devo rassicurare che non sono arrabbiata, che non rappresento una minaccia, di certo il femminismo non fa per me. Io sono arrabbiata. E rappresento una minaccia.

Si può rimaner delusi se si è comprato Perché non sono femminista. Un manifesto femminista di Jessa Crispin, edito SUR, pensando di avere in mano il manuale che elenca le regole per essere una buona e brava femminista. Quello della Crispin è un saggio puro, nell’accezione che gli era stata data all’origine, da Montaigne nel lontano 1580. Mi spiego meglio, il genere saggio quando è nato, è nato per essere un genere scomodo, inteso a decostruire l’opinione comune in maniera del tutto aspecialistica con ironia e con intelligenza. Deve saggiare, appunto, la società rovesciandone i principi all’apparenza più inscalfibili.

Il saggio della Crispin è un saggio molto intelligente, che con uno stile diretto, caustico, che si presta al turpiloquio, carico di ironia al vetriolo prende, ribalta e distrugge il benpensante femminismo odierno. Il femminismo che definisce universale, il femminismo che nega la lotta e vuole essere rassicurante (per chi?); che rifiuta ogni forma di estremismo invitando tutti a definirsi femministi (che cosa può portare questo?); che sostiene che comprare una maglietta da duecento dollari con su scritto “Io sono femminista” renda quella persona automaticamente parte della causa (come?); che tende a vedere le donne in posizione di potere come un bene in sé (perché?). È il nuovo femminismo che:

si concentra sulle etichette e sull’identità, invece che sul contenuto filosofico e politico del movimento, le cose più importanti sono quelle in superficie.

La Crispin sottolinea un aspetto che contraddistingue i nostri tempi: l’azzeramento del dibattito. Non si può creare un dibattito intelligente e prolifico se il pensiero critico viene negato in nome di una dichiarata identità: “Io sono femminista”. Mi ha ricordato un passo di Amin Maalouf nel suo saggio L’identità (edito Bompiani), in cui dice:

Con la fine della guerra fredda siamo passati da un mondo in cui gli attriti erano fondamentalmente ideologici a un mondo in cui gli attriti sono fondamentalmente identitari. Le appartenenze religiose hanno sicuramente giocato un ruolo di primo piano nel crollo dell’edificio sovietico, dalla Polonia all’Afghanistan. Era dunque prevedibile che giocassero un ruolo anche nel periodo che ha seguito il crollo del Muro. […] Ma se il lungo confronto ideologico fra comunismo e capitalismo si è rivelato pericoloso e rischioso, aveva tuttavia avuto almeno un merito, quello di suscitare un dibattito intellettuale permanente. Al contrario, gli attriti identitari non suscitano alcun dibattito ideologico. L’appartenenza a una comunità religiosa è generalmente determinata dalla nascita e non deriva da una scelta. Un’identità si scopre, si assume, si proclama; non è mai dibattuta con coloro che appartengono alla “parte avversa”. Si afferma ad alta voce la propria appartenenza, spesso con tono di sfida e di solito contro un “nemico”, reale o immaginario che sia. Dopo di che, non c’è più nulla da discutere. Ci si accontenta di accusare, di condannare, di minacciare e di demonizzare.

Ora basta sostituire la lotta religiosa con la lotta femminista odierna, e il concetto non cambia. L’assenza di pensiero critico, di dibattito, non porta a nulla se non a una lotta continua e poco produttiva.
Ma la Crispin sottolinea un aspetto ancora più insidioso, quando il femminismo diventa strumento di quel sistema che aveva tentato precedentemente di smantellare. Il femminismo universale, con il suo girl power, il suo self empowerment non fa altro che alimentare un discorso individualistico (e non di gruppo), che privilegia solo una determinata classe sociale (quella che può aspirare a importanti cariche di potere e permettersi una maglietta da duecento dollari). In poche parole, il femminismo odierno è diventato una campagna di marketing, dismettendo la sua funzione di filosofia femminista.

Adesso che le donne crescono avendo accesso al potere, non vediamo un mondo più egualitario; è lo stesso identico mondo, solo con più donne dentro. […] Il potere acceca. È per questo che il femminismo universale sarà sempre inefficace. Perché un femminismo che scaturisce dall’interesse personale, abbracciato perché offre una più facile accesso al potere – invece che per una qualche consapevolezza sociale – farà necessariamente parte di questo sistema di potere e di oppressione, e sarà quindi inutile come mezzo per arrivare ai diritti umani universali.

Questa non è inclusione, questa è una ridefinizione dei termini dell’esclusione.

Siamo nell’epoca dell’indignazione priva di dibattito e quando il pensiero critico si spegne, muore ogni possibilità di miglioramento. La Crispin invita all’unità, a una collaborazione non solo tra donne, ma tra tutte quelle minoranze che il sistema ha sempre mortificato. Perché di questo passo:

rischiamo di voler cambiare il mondo cambiando l’arredamento.

Non ci sono soluzioni rapide o semplici, l’atteggiamento politico deve spingere a un cambiamento istituzionale radicale che sconquassi le fondamenta per erigere qualcosa di completamente nuovo e veramente democratico.
È un saggio che mi ha incuriosito, mi ha convinto (non in toto, ma in molti punti sì) e mi ha portato a riflettere. Penso che questo sia alla base di un saggio che si possa definire riuscito. Ci sono degli aspetti che ho trovato manchevoli, come l’assenza di fonti o di dati statistici. È anche squilibrato a livello argomentativo, la pars destruens sommerge la costruens, ma in ogni caso è già un primo passo, una prima voce fuori dal cuore che mina le basi di un femminismo in cui non riesco a riconoscermi.

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