“Racconto d’autunno” di Tommaso Landolfi (Adelphi)

Avvicinarsi a Landolfi significa entrare in uno dei territori più impervi e seducenti della nostra letteratura, fortunatamente il catalogo Adelphi ci dà la possibilità di poterlo conoscere e leggere (non solo come scrittore, ma anche come traduttore).

Tommaso Landolfi (1908-1979) era una figura estremamente scostante, rifiutava il ruolo pubblico dell’intellettuale, delimitava fin da subito un confine netto tra lo spazio personale e il mestiere di scrittore. Pochi gli scatti, poche le apparizioni in pubblico, che non facevano altro che aumentarne il potere di fascinazione verso uno degli scrittori più eccentrici del nostro orizzonte letterario. Inclassificabile su tanti aspetti, ossessivo nella trattazione di determinati temi che, inverosimilmente, generano un limbo osmotico tra le opere e il vissuto personale.

 


Fondamenti della poetica landolfiana: il caso e il tradimento

 

Il caso, e il tasso di imprevedibilità che comporta, è musa ispiratrice e energia inestinguibile per il gioco d’azzardo e la letteratura: i due poli d’attrazione che catalizzeranno la sua intera esistenza. Due modi attraverso i quali sublimare quel desiderio irrefrenabile di assoluto e di dissipazione del proprio io, rifiutando ogni prospettiva di prudenza e stabilità.

Molti sarebbero gli accorgimenti da inserire su Landolfi, ma fondamentale e fondante nella sua scrittura (e probabilmente conseguenza della sua esperienza da traduttore) è l’idea irrimediabilmente radicata che il linguaggio rappresenti un tradimento. Il postulato centrale della sua poetica si basa sull’idea che la natura stessa della parola muti l’oggetto del dire, rendendolo altro nel momento in cui lo dice. Non è un caso che i suoi primi esiti letterari si trattino di brevissimi scritti pseudo-diaristici in cui l’elemento autobiografico va inevitabilmente a ibridarsi con la finzione.

 


 

La stesura, il genere, i maestri e l’autobiografismo di Landolfi:

 

Racconto d’autunno viene scritto febbrilmente, in un breve arco di tempo nel 1946 per poi essere pubblicato l’anno successivo. È tra i testi più estesi dello scrittore tanto da essere da molti definito come romanzo ma del romanzo, considerato nella sua accezione più pura, ha ben poco (basti anche notare che lo scrittore abbia voluto già dal titolo sottolineare la natura del suo stesso scritto, un racconto appunto). Landolfi non ha il ductus del romanziere, ma questo è elemento non strettamente landolfiano quanto risultato sovranazionale delle avanguardie novecentesche che, appunto, porteranno alla deflagrazione della forma romanzo. Studioso, traduttore e amante dei grandi scrittori russi (Dostoevskij; Kafka; Cechov), fu attratto dalla suggestione per lo strano e il meraviglioso, avvicinandolo ai grandi romanzieri del Romanticismo nero: primi fra tutti Hoffmann e Poe. Nonostante questa attrattiva verso la produzione ottocentesca, non manca una profonda innovazione attuata sui dispositivi narrativi che non lo rendono di certo un epigono, ma un rinnovatore del genere.

Racconto d’autunno rientra senza dubbio nell’ambito del genere gotico. Sembra interessante far notare che il momento di critica letteraria noto come New Historicism (soprattutto mi riferisco al critico Jerry Hoegle e ai suoi studi su Frankenstein) abbia voluto proprio studiare il genere per sottolineare quanto l’elemento finzionale e orrorifico all’interno di questi romanzi sia strettamente legato agli eventi storici (e soprattutto a restituire il senso di instabilità, fallibilità e tensione verso i grandi cambiamenti di quegli anni). Il gotico non fa altro che mobilitare le ansie generate dal presente, specialmente politiche, e le trasla nel fantastico.

Ascrivere quest’opera perciò nel genere gotico non è errato, ma di certo Landolfi riesce a superare il genere, libera i contorni e allo stesso tempo a introiettarlo nella propria sensibilità, creando un sensuale rapporto tra autobiografia e storia, tra il fantastico e l’horror.

L’incipit e l’explicit contestualizzano il tempo e il luogo, senza nominarli. I fatti sono raccontati da una voce autodiegetica (il diarismo landolfiano che non viene mai abbandonato), il protagonista è un uomo in fuga, un partigiano che scappa da due eserciti che si stanno scontrando fra loro (uno occupante l’altro liberatore). Si può senz’altro intuire che ci troviamo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ma Landolfi non ce ne dà alcun dato certo.

Quello che forse non è noto è che tra il 12 e il 22 maggio del 1944 i tedeschi, dopo aver ordinano lo sgombero della popolazione a Pico (la città natale dello scrittore nella provincia di Frosinone), bombardano la città: la casa di Landolfi, il luogo in cui era cresciuto e aveva scritto le proprie opere, il luogo in cui si era nascosto dal mondo, viene fortemente danneggiata. Diventerà riparo per gli sfollati che ne ultimeranno la devastazione.

La profanazione è il tema centrale del libro, la profanazione di uno spazio privato, della casa che assume una fisionomia sempre più ampia, quella del singolo io che si amplifica a rappresentanza di un intero paese.

La letteratura sulla resistenza è forse una delle più feconde in Italia nel Novecento. Anche Landolfi ne rientra con questo racconto, ma a dispetto di ogni forma di neorealismo, lo scrittore decide di unire la sua scrittura autobiografia, con il fascino per il meraviglioso e il fantastico, un che di decadente nella presenza, costante nei suoi scritti, di figure di donne inafferrabili e seducenti che diventano fulcro di una forza assoluta e segreta che scava negli antri più oscuri della psiche.


 

Il maniero-labirinto e la trasgressione:

 

Il protagonista nella sua corsa trova rifugio in un maniero inizialmente impenetrabile, antico possedimento di una stirpe nobiliare, ma che il tempo e l’incuria hanno gettato nella decadenza.

“Giunsi a piè della facciata principale; essa si ergeva livida nell’aria bruna e aveva davanti un vasto terrazzo, cui si accedeva per una doppia rampa e su cui si apriva la grande porta. […] Confesso tuttavia che fui preso, allora, da un certo irragionevole e indefinibile terrore, che, ad onta della mia poca allegra situazione, conteneva persino un tanto di curiosità”

 Con questo romanzo abbiamo a che fare con un immaginario romantico “notturno” volendo citare Gilbert Durand, ossia la volontà da parte dello scrittore attraverso il protagonista di abbandonarsi al fascino dell’oscuro, del tenebroso piuttosto che della luce solare.

Alla tematica della profanazione del luogo, dell’intimità, dello spazio privato vi si aggiunge la tematica del labirinto. Se il maniero in un primo momento rappresentava l’unico baluardo di sopravvivenza, una volta avuto accesso al suo interno, si trasforma in un luogo oscuro e misterioso. L’aspetto ben più interessante sta nel fatto che se l’uomo dell’antichità classica di fronte al labirinto vedeva se stesso come un Teseo che scappa dal mostro per trovare l’uscita e liberarsi; in Landolfi il processo mitopoietico si altera: l’uomo moderno decide di compiere la sua catabasi verso il nucleo, il centro dell’oscurità e delle tenebre che appare sempre più un luogo della psiche più che un luogo reale. La pulsione, il desiderio irrefrenabile di scoprire, di addentrarsi nell’ignoto reticolato diventa il vero motore della narrazione (non posso raccontarvi maggiormente, vista la brevità del romanzo).

Landoldi cita, in riferimento al maniero, La Gerusalemme liberata del Tasso:

“Era come se fossi capitato in un giardino d’Armida, per dir così, alla rovescia. Non era senza dubbio meraviglia, che quella casa esercitasse su di me, in un modo e nell’altro, una talquale attrazione; ma dico che questa attrazione mi pareva anzi, in quel punto, concentrarsi in un preciso richiamo, donde da chi e da che cosa era altro discorso”.

 La citazione dei giardini della maga Armida non è casuale (i giardini rappresentano una gabbia dorata-labirinto in cui è rinchiuso Rinaldo incantato dalla donna-maga). La presenza femminile, che si svelerà solo a lettura inoltrata, diventa perno per generare nelle pagine una fantasmagoria inaspettata e per inserire quel gusto alla contrapposizione, all’ossimoro e alla tematica amorosa che anch’essa si sdoppia tra amore salvifico e amore sadico.

È la donna sfuggente, oggetto di desiderio, in quanto oggetto essa stessa: un quadro, che  trattiene il protagonista all’interno della casa.

“Ma i più vivi e conturbanti erano i grandi occhi scuri, il cui profondo sguardo mi sembrava avere un comune carattere con quello del vecchio e, dunque, con quello dei cani: la stessa cupezza lo animava, anzi in misura più imperiosa, e lo stesso, in una, remoto e miserevole smarrimento, se disperazione senza più non si poteva chiamare” 

La trasgressione, e ciò che comporta, è centrale. Una trasgressione che porta con sé una fortissima carica sensuale fino a sprigionarsi in carica sessuale per penetrare uno spazio in cui domina il gusto per la dissonanza: dallo stato piuù evidente del maniero austero ma decadente, al dettaglio della coppia di piatti, uno ricercato e l’altro rozzo. Il contrasto e la trasgressione sono la linfa che rendono la narrazione tremendamente affascinante e oscura. Così dissonante e trasgressivo è il ritmo della narrazione che si insinua lentamente nelle maglie della storia per poi sprigionare tutta la sua energia repressa nelle ultime pagine, in cui la lingua di Landolfi, eruditissima, densissima, languida e sensuale, con una peculiare patina arcaizzante, ci restituisce la storia di una casa dai contorni piranesiani che sempre più appare come il labirinto di una mente che l’uomo profana fino a raggiungere quel baricentro psichico in cui emergono i più inconsci e irrazionali desideri rappresentati dalla storia di una donna che riunisce a sé l’amore spirituale e profano, il casto e il sensuale, l’ingenuo e il malizioso, il potere della maga e della santa. E nel contrasto l’oscuro e il folle dominano su tutto. L’incanto resta: l’eterno, e per questo inquietante, ritorno a quel luogo profanato dal quale non potrà più essere liberato:

Certo che sarei tornato: l’autunno seguente, almeno, e tutti gli altri autunni della mia vita. 

Una volta nel labirinto non vi è più uscita.


 

Per gli amanti di quel filone gotico che guarda alla ricercatezza stilistica più che a una trama ricca di eventi (nonostante colpi di scena non siano assenti e le ultime pagine brucino per l’inaspettato e sconcertante risolversi degli eventi), dalle atmosfere tenebrose e seducenti, di fronte ad un animo curioso e non retrivo, ecco, leggete Landolfi. Qui trovate il luogo dove risiede una delle più belle penne del Novecento. Provate e profanate più che potete.

 

 

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